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4 Agosto 2011 Lascia il tuo commento

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Scriviamo la storia del nulla senza gratificanti panegirici. Che l’uomo deve essere pazzo per credere in dio. Senza gratificanti aspettative di consenso scriviamo la nostra allegra giostra di comprensioni. L’uomo crea il nulla e dio dal nulla così ottenuto crea il mondo. Non fosse per la pazzia umana che sviluppa l’annullamento a spese della vita interiore il nulla sarebbe un suono che nomina l’irrealtà. Diciamo la storia dell’irrealtà che esclusa da una parola venne alterata in ‘oggetto’ corrispondente ad essa. Nulla divenne ipotesi di esistenza di ‘oggetto’. ‘Irrealtà’ si perse poiché irrealtà è suono differente da nulla.

Ci riposeremo nella gioia di ogni cosa che comincia. Nelle braccia nuove. La prima volta di ogni cosa la prima volta di ogni nuova cosa. Ci lasceremo andare a non riflettere perché anche troppo spesso ci è stato chiesto di essere meno razionali da chi non sa vedere la propria programmata violenza nel non dimenticare quel chiedere.

Nulla non ha l’irrealtà del ‘nulla’ ma il linguaggio che perde l’affetto esplode nel sentire queste argomentazioni in un riso isterico che è freddezza del disprezzo e saprei descriverlo all’infinito tante volte l’ho potuto osservare e anche subire. Io mi scaldo alla torrida caldaia della logica formale che cuoce le parole degli oppositori ma non voglio chiarire mai e spiegare e mi allontano in silenzio e allora è ancora la prima volta e sembra di nascere e si determina l’idea di qualcuno simile a me e a noi. La fornace della generazione della chiarezza cuoce il pane in forme differenti così mangiammo nel tempo direttamente alla bocca del forno nostro padre e nostra madre e le streghe le matrigne e i frammenti degli specchi magici distrutti a terra dalle regine invecchiate e mangiammo le regine invecchiate e i mangiatori di patate gli orchi i dittatori e quello che poteva nuocere al nostro mondo interiore. Mangiavamo direttamente sulla bocca del forno dalle labbra infuocate delle creature diaboliche e bandite dal mondo freddo dei sobborghi mangiammo al centro della città infernale e prendevamo pezzi di mondi inventati dalle labbra arroventate del diavolo. Eravamo aquilotti sfamati con pezzi di fegato di vittime innocenti sbranate vive nella vallata nascosta nel verde protetta – ma non dalla lungimiranza degli occhi dell’aquila adottiva – di cui non sospettavamo ancora l’esistenza.

Avremmo voluto immediatamente la voce: “ Nulla non designa quello che non esiste designa che noi balliamo sulle spoglie della demenza degli stupidi e ce ne sono sempre troppi da ballargli addosso..!”. Sappiamo che quanto c’è di non esistenza trova un suono che si pronuncia “irrealtà” ma riguarda il pensiero la vita psichica l’invisibile materiale della fisica sottile che è alla base dei nostri provocanti passi di avanzamento all’amore e alla bellezza.

Nel forno si affondano le mani. Non siamo soli anche altri lo fanno. Altri che potrebbero amarci. Amare certamente anche noi perché anch’essi sono implicati nel lavoro della fusione e trasformazione. Nel lavoro difficile di costruire uno stampo indistruttibile e inalterabile per fare poi la statua col volto ridente e saggio della difficile creazione della parola nulla. Nulla serve a fondere trasformare e creare le cose esistenti e poi in modo opposto a progettare e alla fine costruire baluardi all’irrealtà.

Vogliamo avere la voce. Il salario alla fine della giornata di lavoro. La capacità di distinguere. Vogliamo le parole per scrivere il suono dei volti dei nostri amori. Vogliamo poter dire che “Non fa nulla se gli amori sono sempre più di uno.” Vogliamo essere pagati con il giusto salario vogliamo il rispetto dei nostri diritti. Vogliamo il diritto alla tristezza che fa la bellezza delle cose dolci e difficili e il diritto al disagio che fa la comprensione assi più della sapienza. Ma non vogliamo la confusione tra nulla che è caffè nero e cielo di ieri e l’irrealtà che è la sordità che provoca una distorsione nei pensieri cui segue l’amarezza insopportabile e poi la conclusione della musica che è solo levare di una mano che non su abbassa mai più nelle carezze. Ce ne sono.

Vogliamo avere la voce in regalo per dire “La prima volta è la felicità della prima parola. La prima parola poteva essere ‘Tu’. Potevi essere. ” Vogliamo poter ricordare quello che invece è un desiderio perché è nato per la prima volta con la forza di realtà  della prima volta delle cose che esistono.

E’ un desiderio. Il concerto di fisarmonica per il primo struggente anniversario quando promettiamo da ora – da ora  scommettiamo – che dell’intelligenza in gioco e della nudità in ballo saremo le tombe e faremo un grande silenzio attorno un silenzio ampio per cucire lo strascico brillante ai nostri piedi che non avremo avuto mai altro e scriveremo su piccoli pezzi di carta con il sangue parole riguardanti la nostra felicità per regalarle ai figli -che avremo allora in numero superiore a questa notte- rilegate in un Manuale di Niente Affatto Saggi Riferimenti. “Non meno di questo!” grideremo. “Non meno di questo!”

La sera servirà per nascondere la vergogna delle pretese. Tutti accarezzeranno quei figli come fossero di più come fossero anche altro per esempio la bellezza cercata per esempio noi così fulgidi quelle notti di anniversario e tutto a perdifiato le chimere i sogni la disattenzione l’incompletezza l’indeterminazione la bomba nucleare il fulgore del suono dell’immagine che è alla base ridente della parola ‘nulla’.

Se non ci prende l’irrealtà nella mente. Se non ci sarà il nulla nell’unico modo in cui il nulla può esserci: come distruzione del senso dei pensieri. Come l’invisibile della realtà psichica privata della vitalità. Come ‘pazzia’.

Promettiamo un desiderio.


escape
grazia della modestia

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