veglia senza coscienza, uomini e panchine

17 Dicembre 2019 Lascia il tuo commento

Il tuo corpo prosaico. Mi spinge a inventare un me sconosciuto. Sarei capace di amarti rinunciando alle mie stanche tuniche di seduzione? Rinunciare alle armature perché già mi ami?

Dicevi “…prendo tutti i tuoi anni i tuoi passi e il bianco della strada e quei frutti che dovessero, senza che noi avessimo fatto nulla, caderci tra le braccia!”

Se è come fu detto, che fare se non sciogliere i nodi? Se non togliermi la tuta da giardiniere e l’abito di servitore assennato? Che resta se non togliere anche i guanti di servizio, che mi imposi per non lasciare impronte sugli argenti?

Tu non ti opponi mai e “…che è tutto questo ardimentoso gesto che la vita compie: di dileguarmi gli affanni dal ventre?!” mi dico incredulo e fiducioso.

La costruzione di un amore porta come regalo la confidenza con la sorte. Una facilità senza più enfasi. La rivoluzione di star bene insieme si rivela nuda necessità. 

Sei tu quella che si è decisa a fare tutto per me? A prendermi a braccetto per il braccio buono? A accostare la pelle ambrata al promontorio di cuoio dove sporgo eccessivo?

Oh! Anima mia cui io rido serio. Oh! caffellatte e cornetto: io ti guardo con la glassa di un cipiglio da intenditore. Solo per chi ha coraggio svergognato di esporsi diventerò un’ansa di mare. Avido opaco specchio d’una metà del mondo.

Poi dico a tutti che sei tu quell’altra metà. Non la dolce metà matrimoniale. Quella aspra.

Chi scambia con me l’accorata intesa d’una invocazione? Il mio regno in cambio della crema allo zenzero e limone di te che, volgendoti in spire, chiamata dal tuo dio meticcio, mi tenti a seguirti in cielo. 


alla fine dell’universo
le radici della luce al centro della notte

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