una memoria di sabbia

25 Ottobre 2013 Lascia il tuo commento

venerdì, 25 ottobre 2013

image

Il linguaggio umano si è evoluto finito che fu il buio. L’inizio da una interruzione e una lingua rossa spunta da un cuscino di colore nero. Non è oppure lo è la coda di un diavolo. Si emerge dalla natura. L’usignolo passa la notte noiosamente. Chiama che pare addirittura bello. Ma i secoli ad ascoltare mettono la creazione in dubbio. La mia poltrona ergonomica è il tentacolo di una piovra: progresso. La memoria comodamente guarda sui muschi i licheni la steppa forte. Con uno specchio rivolto verso di me ti avvicini. Non potrai stenderti accanto così conciata. Il tuo passato è tempo oscuro dietro lo specchio. Non ha il carattere simbolico dell’amore. Non ha in sé la cornucopia. Forse avrò sviluppato il linguaggio dal chiasso di molti strumenti. Avrò scagliato dal seggiolone cucchiai e giocattoli di plastica rumorosa. Si nasce ingegneri e allora, poi, da un metro da terra è un altoforno l’ebbrezza e l’altezza generano l’idea di una fusione. È creativo e diseducativo -per la pedagogia del servilismo- che siamo per un poco figli unici e che si sappia di un interesse esclusivo e che si sia avuta una conferma in termini irrazionali. Quel fare amoroso dei primi giorni (in genere gli ultimi belli) cresce in noi i famosi muschi e licheni e inventa l’industria chimica per la produzione del bianco di zinco e il giallo paglierino. Avemmo la nostra bohème, la chiamata dei colori in tubetto e l’adunata alla pittura. La conversione alla letteratura nelle steppe, nei giardini dei ciliegi, ovunque fiorisse la buona terra. Le plastiche rumorose risuonano ancora. Le mani disegnano circoli irregolari sul foglio vera parodia di ‘cuori’ e ‘regole’ infranti. Poi vengono i suoni delle parole. Cose dette che cacciano via tutti. Di fronte a tutto questo gli usignoli risultano noiosi. Ad altezza d’uomo l’identità oscilla al canto. “Ooh issa!” Grido ai rematori di triremi. Un usignolo canta con la naturale ferocia di chi ha una memoria di sabbia. I suoni dei passeri militano come predatori a guardia di angoli inesplorati. A causa di tutto questo io non penso quasi mai all’amore per te. Preso dalla difficoltà a smettere le mie abitudini di pensiero. La disonestà della ripetizione. Da opporre ho piccolissime cose: la beatitudine nel togliermi la giacca bagnata di pioggia e la santità miracolosa del rifiuto. Tu non capisci ancora: perché sì, è vero che mi gridi promettendomi te stessa: “Sei solo te che voglio”, ma porti tra le braccia uno specchio rivolto avanti. Un corpo lucente di vetro. Tu hai fiducia nella dialettica. Hai lo specchio della speranza dialettica. Il tuo corpo mi appare un riflesso glaciale di rabbia. Che ne è stato dei tuoi primi giorni?


lei…
la difficoltà di pronunciare la parola “noi”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.