una lettera inattesa

13 Febbraio 2020 3 Commenti

“Carissimo dottore, è la prima e ultima volta che Le scriverò. Solo per dirLe tutta la mia sofferenza per quanto non riesco a trascurare delle Sue, come chiamarle, Testimonianze Sentimentali.

Non discuterò la qualità letteraria dei sui foglietti quotidiani: mi è chiaro che Lei fugge la tentazione dello Stile e della Narrazione.

Assisto a come Lei si dedichi con costante dedizione al fine di sottrarsi alle tentazioni degli Odierni Aspiranti alla Fama: e, fosse solo questo mio apprezzamento di un suo modo testardo e sfrontatamente puerile di incedere, confesserei un amore incondizionato per Lei e una rassicurante passione di vecchia ragazza, cinica forse, ma solo per il troppo ‘barare’.   

Di certo quello che leggo mi è sempre immediatamente comprensibile. E, siccome gli occhi riposano quieti sul giaciglio delle foglie da Lei sparse con illusionistica distrazione sulla terra battuta della notte, non mi importa ( perché neanche a Lei importa nulla..) se la Sua sia ‘bravura’.

Anzi io so che Lei si adopera con accuratezza, scrivendo, a dequalificare la scrittura col gesto della mano sul foglio: come a voler rivelare la traccia di modi preverbali di procedere del pensiero amoroso che sarebbero ben più importanti da perseguire: cosa che certo farà in momenti differenti da ‘oggi’. 

Ma la questione odierna, da un anno, è quella della scrittura che Lei pratica adesso: che parla d’amore, che allude e rivela.

Oggi io patisco questo Suo tipo di scrittura perché mi appare inequivocabilmente ‘femminile’. Forse tutto l’impianto dello scrivere lo è. Ma la Sua, in ogni caso, ne prendo atto, è scrittura di donna.

Di fatto io leggo Lei sui post e Le confermo che cercavo proprio questo, una volta: uno che avesse qualcosa di donna: beffardo, che conta sull’intelligenza più che su vaghe allusioni al sublime.

Io volevo e immaginavo uno che sapesse fingere, giocandosi frasi ad effetto di un sentimento immediato, rimandi ben più azzardati: periodi lunghi in fondo a pause esasperanti di notti pretenziose e giorni imbiancati da pollini celestiali. 

Io cercavo uno che avesse la resistenza di investire sulla costanza dell’altra. Uno che era certo che esisteva da qualche parte una che sapeva. E, sapendo, si era già per suo conto posta spontaneamente ‘avanti’.

Volevo uno come una donna che sa che una donna può essere già lá dove l’altro, un certo altro, quello giusto, è in grado di immaginare lei che da secoli stava in attesa. 

Io sognavo uno che sapeva che la sua donna ( io..) era sempre stata là nell’unico posto dove ogni donna aspetta un uomo: il posto dove gli uomini non vanno. Il posto dove le donne vivono disperando che gli uomini potranno mai sospettarne l’esistenza. 

Io disperavo che uno potesse farmi venire il sospetto che valesse di nuovo praticare il sorriso e la voglia. 

Lei allora ha cominciato a scrivere d’amore. L’amore ha la supremazia. Diceva. È stato come uno schiaffo. Uno sparo nel buio.

Lei propose subito l’affronto. L’amore ha la supremazia proprio perché è inutile. È l’unica cosa rimasta, diceva sempre. Non si può difendersi.

Io L’ho odiata subito: sentivo la Sua voce. Era uno vinto dalle circostanze che riusciva a decidere. L’amore non pone alcuna scelta. Diceva. E, diceva: l’amore costringe alla sanità di cedere alla sua natura. Che altro si può fare se non celebrarne gli incompresi rituali?

Era questo lo schiaffo: che la Sua resa era piena di futuro. Le mie vittorie erano storie vuote.

La odiai e non posso che continuare a odiarLa. Lei scrive d’amore per fare chiaro che non è l’amore che conta: conta che ci sia qualcuno per cui solo l’amore vale. 


Lei è un soggetto assurdo. Non ‘dovrebbe’ logicamente esistere. Lei non si limita a voler fare le veci dell’amore. Lei fa le veci dell’amore.

E io perché La odio se la trovo ridicolo? Il guaio è che io La capisco. Che a modo mio L’ho subito compreso.

Tanto, La capisco, che questa corrispondenza di comprensione è più del riconoscimento della eventuale qualità letteraria delle Sue Lettere.

La mia dunque è una questione di donne a causa del fatto che la Sua è la scrittura di una donna. 

Questa mia prima lettera è l’ultima dunque perché è già piena di nostalgia.

Io mi sento tradita da Lei per un eccesso di comprensione. Le scrivo per portarLe notizia  di un ‘male’ che volevo Lei ricevesse da me in forma di ben più lunga corrispondenza!

Perché io so che Lei non sarà mai più un amore per me. Troppo uguale.

Doveva essere, questa lettera,  l’ultima di mille. Invece è un’unica, irrimediabile, grande cesura: di tutto.

Doveva essere scritta da una me stessa che era passata dentro il male ampio di una relazione estenuante.

E invece Lei, così previdente da sembrare di avermi letta tutta intera in un baleno, mi ha rubato il tormento auspicabile di una comprensione lenta: di una mia esclusiva sofferenza sentimentale. 

Con questa lettera volevo farLe pagare il dolore che si poteva trarre ( come avrei voluto noi avessimo potuto trarre..) alla conclusione di un amore lungo: che riversa addosso agli amanti il miele del tempo di passionali concordanze sotto forma di infinite recriminazioni quando il miele è virato in veleno.

Volevo farLe provare quel ‘male’ che testimonia la verità del ‘bene’ precedente. Volevo condensare l’amore che Lei mi ha sottratto proprio per avermelo mostrato plausibile dopo che io ci avevo rinunciato.

Doveva sapere che io baravo. E tacere. E invece! 

Volevo e volevo e volevo e non riuscirò. Un’altra Le ha regalato il ‘male’ che ora Lei sottrarrà ad ogni donna.

Per questo la mia lettera è ultima. È ultima alla fine di un niente. Perché la Sua fulminea intuizione dell’universo femminile mi ha tolto, in un soprassalto, un futuro con Lei.

Lei scrive con il sangue che sgorga in violenze di pianti e di eccessi a causa delle ferite che, la Sua pretesa di non dire lo splendore di ciò che ama, Le procurano.

Maledetto incosciente! La questione, come vede, resta tutta esclusivamente femminile. Io odio quella donna cui Lei si rivolge.

Badi bene: non farei niente per danneggiare nessuno, e mi tengo a distanza da persone che, eventualmente esistenti, potessero trovarsi nelle circostanze del Suo scrivere.

Io tuttavia odio la donna che è destinataria delle sue apprensioni, perché sono certa che essa è prima di tutto in Lei.

Io odio Lei che sa. La odio perché Lei sa e non capisco come faccia a sapere. C’è di peggio: io riesco a immaginare quanto Lei sia certo del Suo sapere.

Perché io per mia disgrazia so bene che c’è una differenza sostanziale tra un sapere e la certezza di quel sapere.

La certezza di possedere una qualità permette il lusso di goderne mentre la si sperimenta. Lei è felice di amare una donna.

Ma io odio il fatto inequivocabile, ai miei sensi, che Lei è certo che quella donna sa con certezza quanto Lei sa amarla. 

Io dunque odio non il suo amore per una persona che avrà conosciuto o che solo si immagina, ma la limpida, facile, incosciente leggerezza con cui gode la ricchezza di una che risplende di irriconoscente felicità. 

Io odio il Suo saperla raccontare denudandola, mostrando a me solo le sue abili mani e nascondendo pudicamente (geniale cretineria) il corpo amato di lei.

Io chiaramente colgo che ciò che scrive non sono che i bagliori di Lei illuminato dal fuoco del candore di un’altra. (Se non è questione femminile questa… non Le pare?)

Come in una réclame di un gioiello tecnologico vedo i sui articolati giochi sintattici seguire un corpo di femmina quando sfreccia davanti ai suoi occhi in lunghe assenze.

E Lei non si inquieta. È quasi ottenebrato dalla Sua odiosa fiducia. E però le attese maligne mie vanno al macello.

E Lei ripara l’Amore (quella donna, per dio!) da ogni mio sguardo indagatore.

Io sento che la Sua quieta fiducia di non sbagliare l’oggetto cui si rivolge protegge quell’oggetto (una maledetta altra femmina differente da me!) dietro la cortina di una fiammante dedizione.

Lei scrive la vicenda dei Suoi occhi: che scivolano, lievi come pennelli di un mandarino cinese, a delineare i caratteri di un nome che tanto mi resta ignoto quanto, di fatto, è irrilevante.

È quel Suo guardare che mi inquieta e mi turba. Come deve essere una femmina per essere vista in quel modo?

O, più probabilmente, quale stato della mente fu il Suo, il giorno che decise di non trascurare una certa donna (quella, perdio!)?

Alla quale infatti poi avrebbe dedicato tutto, letteralmente e scandalosamente, per tutto questo tempo.

E di nuovo: è Lei che mi interessa e che rifuggo. Perché non fugge, Lei, neppure dal pericoloso universo che insiste a sviluppare: tutto fatto dello stesso componente, sempre uguale a se stesso: l’amore.

Pensavo che sarebbe stata una donna a chiarirmi la mia femminilità. E non mi sarei aspettata che fosse un medico a mostrarmi, con smaccata improntitudine, che una donna può convincere un uomo di essere amato e può togliergli il sospetto e l’antagonismo per le figure femminili.

Senza essergli madre!

Concludo con ciò che Lei avrà già inteso: che, se anche quella donna non esistesse e fosse solo il Suo modo di immaginarla, le assicuro, mio odiato dottore, che non mi importa più niente, a questo punto.

Perché a questo punto quella donna ora esiste in me: c’è l’ho in mente.

È diventata plausibile con l’idea di un amore nuovo. È tornato plausibile un uomo che si fidi del mio amore per lui fino a pretendere di confermarmi il suo amore come definitivo unico pregio. Io so di nuovo immaginare che l’intesa con un uomo possa costituire un conio dell’esistenza. Una unità di valore.

E così Lei rigenera, con l’assurdità delle cose che vorrebbe rendere credibili, la speranza di affetti differenti. La speranza mia: perdio!

Io ho capito, infatti, la natura Sua e quali sono le Sue improrogabili necessità. Io so cosa si deve fare per renderLa felice. E potrei farLe rivivere tutto ciò che lei ha scoperto con l’altra.

Ma, appunto, sarebbe soltanto un rivivere: e ogni giorno che una sapesse regalarLe e ogni ansimo che potesse succhiarLe via dal cuore, non sarebbero che spine del ricordo.

E Lei non potrebbe mai amarmi come ama questa donna con la quale ha fatto la scoperta di una plausibilità lungo le anse del tempo che avete condiviso. Lei è diventato memoria di stanze e luci dove si è svolta una relazione ‘impossibile’.

Lei comunica spudoratamente che la pratica di perfezionamento di una bellezza incidentale può trasformarsi nella certezza che la prassi conferisce alle intuizioni.

Dunque: a mai più!

La ricerca diventa mia. Lei avrà di certo ascoltato, negli anni, quei sogni in cui una femmina è levatrice del figlio che sta partorendo. Eccomi qua: fuor di metafora sto accadendo a me stessa nello stupore che lei non si inquieta.

La odio ora che è troppo tardi: perché mi ha costretto a tenere fino alla fine, fino alla nascita, quanto ero sempre riuscita a ‘uccidere’ in tempo.

Io so che anche Lei, come tutti, aveva provato a uccidersi per la paura di una delusione. È incomprensibile come sia riuscito nel contrario. A lasciarsi odiare per voler vivere.

Eternamente la odierò. Per non aver fallito. Per avermi costretta a nascere senza consolazioni. E soprattutto, radice dell’odio, senza la consolazione di Lei con me.

E dunque, incolpevole (ma ai miei occhi troppo evidentemente non ‘innocente’) si merita tutto l’odio risorto. Ho fallito il mio suicidio. L’odio mio lentamente diventerà dolore prima di guarire…..

L’odio, riconoscenza, durerà quanto la mia incomprensibile insistenza a volermi considerare, comunque, ancora assai a lungo

 Sua.”


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3 commenti

  • C says:

    Fosse solo per non lasciar intentata la vita per un attimo ancora di silenzio fatale. Quando il corpo si rifiutava di fare un passo, di portarsi in alcun luogo e gli occhi di lasciarsi ferire perfino dal buio della sera, queste parole sono sfarinate qui sopra e alla fine hanno restituito dignità a un mutismo col calore di una lacrima sulla guancia, prima di sprofondare nel cuscino. Niente di più… Sarebbe superfluo.

  • Anna says:

    Avere la certezza di sapere. Aprirsi il petto e mostrare il cuore al plotone, sapendo che sarà il loro stupito odio per questo gesto a far cadere i fucili.

  • Larisa says:

    Mille punti esclamativi!

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