una foresta di capelli vivi

18 Aprile 2015 Lascia il tuo commento

Dovunque e continuamente cerco e in prevalenza dovunque sempre trovo. La città mi dà ricovero in questo procedere della maturità quando più niente altro conta se non gli amori e la loro precisa trascrizione. Gli amori sono cose piccole senza ritorno. Le ragazze finalmente scivolano indifferenti e altere. Il grande quesito del femminile mal posto anni fa ora mi si pone più deciso ma meno insistente. Ho trascurato le parole maschile e femminile in senso dialettico. Non mi interessa la dialettica tra i sessi. Troppo democratica. Ad un certo punto bisogna pur voler restare innamorati di chi non potrà amarci mai più.

Partendo da questa riflessione o stato d’animo rivolgo alla mia storia di rapporto con la psichiatria il mio pensiero. Come scivolano le belle senza vedermi e senza più ambire a un serio impegno, anche tutte le idee delle teorie studiate da decenni si allineano avendo ciascuna qualcosa da dire ad uno che non è più così notevole. I peggiori antagonisti di sempre mi paiono affabili. Io sono divenuto affabile con ognuno di loro. Si ama di più quando chi vogliamo amare non è più in grado di suscitarci dubbi. A questo in fondo serviva studiare e innamorarsi per tempo: a sapere, poi, con chi avremmo avuto a che fare ogni volta. Così è di ieri che la medicina psicologica dissolve la psichiatria e l’enfasi di nicchia specialistica dei suoi rituali.

Dovunque cerco: e si trova, in genere. È lo scandalo del pensiero occasionale ma non casuale. Con molto anticipo colgo che la psichiatria sparirà così come è adesso e forse del tutto. Già si avverte sul muro lo scricchiolare delle ortiche nelle crepe basse vicino al terreno. Il ponte metamorfico tra biologia cerebrale e pensiero si fa saldo. La ricchezza del linguaggio dotato di input cognitivi ha ricadute sulla fisiologia delle attività cerebrali. Non c’è corrispondenza biunivoca tra singoli neuroni e funzioni parcellari. La vita mentale liberamente -non come fosse macchina di acciaio duro, ma esattamente come un telaio di legno cedevole- tesse le proprie idee. Sono nuvole la cui ombra ricade fluttuando sulle aree cerebrali dalle quali le nuvole si erano innalzate. Sempre tornano, e tornando determinano ulteriori cambiamenti che i nodi sinaptici del tappeto cerebrale connettono -per rivoli serpeggianti e saette- a tessuti affini disseminati per l’intero volume della biologia talamo-corticale.

La medicina psicologica stessa si flette alla scoperta di corrispondenze impalpabili tra nuvole ed ombra. Le idee nate tra l’erba salite in alto ogni volta di nuovo si riflettono su quei campi di materia nervosa. Mi appassiona la coscienza che sente il mare nella testa mentre mi accosto agli altri nei tavoli piccoli all’aperto sulla spiaggia dei marciapiedi. Si muove o si gonfia il pensiero come mare o vela che sia. Si piange di niente traboccando per gli occhi mentre ridiamo ebeti. Avendo pianto per niente poi si nasconde l’assenza di imbarazzo in un impassibile sorriso. Intanto si riassorbe l’aria attraverso le labbra che fanno silenzio. È un ciclo non ripetitivo.

Ogni giro di risveglio e sonno torniamo due volte accanto a noi stessi come l’ellisse che corre accelerando due volte nel tornare a svoltare attorno ai suoi due fuochi. La ridondanza delle aree  cerebrali e l’assenza di una rigida corrispondenza biunivoca tra realtà e funzione ci lasciano una ‘libertà’. La materia di cui è fatto il pensiero ha una composizione variabile che genera, in forma di idee, costruzione e decostruzione del ponte delle metamorfosi. La coerenza dell’identità e la continuità della coscienza riposano sulle infinite ricomposizioni sempre differenti di miliardi di componenti la cui saldezza è garantita non dalla certezza dei loro percorsi (che ci farebbe automi), ma dalla ridondanza e dalla imprecisione della loro eterna rigenerazione.

Proprio il comportamento aleatorio della anatomo fisiologia cerebrale alla base del pensiero amplia gli spazi di libertà attorno alle ipotesi riduzionistiche. La natura fisica della vita psichica ci assicura il libero arbitrio proprio perché non è irrigidita in una spiritualità estatica.

Poi viene in mente che il libero arbitrio non serve a niente senza il coraggio di rischiare la conoscenza. E che il coraggio deve essere anch’esso cercato attraverso superficiali carezze e assai più profonde insistenze, sulla grana epiteliale e in fondo al letto di rami elettronici, che si muovono al vento in alto: essendo spesso sognato, il pensiero, come una foresta di capelli vivi.


poter dire “sì”
rose e poltrone

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