un padre deludente

30 Ottobre 2013 Lascia il tuo commento

mercoledì, 30 ottobre 2013

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Dedicato alla ragazza e al ragazzo che da trenta anni insieme a me tessono gli arazzi e mai il medesimo disegno perché nessuno di loro due è più Penelope e Telemaco. Perché Telemaco* e Penelope* sono reali solo rispetto al padre*violento che impone il proprio ritorno. Dedicato alla morte* di Telemaco e Penelope. Dedicato alla morte* della madre* e del figlio* incurabili che non hanno avuto abbastanza resistenza alla luce e hanno subito il ritorno del padre. Essi -cui non si può dedicare questo che segue-  immediatamente soffocarono sotto il peso del tempo passato ad aspettare un padre deludente, che era rimasto per sempre fedele a se stesso attraverso gli anni e per questo al suo ritorno era oramai un ebete sorridente ed era stramazzato attraversando la soglia.

Troppo* grande e troppo* piccolo sono le dimensioni della vita fisica. Il pensiero ha architettato avverbi di modo e aggettivi qualificativi per correggere la propria inadeguatezza dalla quale nasce anche tutta la letteratura la poesia e le arti grafiche, diciamo. Tutto quello dove ciò che conta non è visibile* e pensabile*seppure in realtà sia saputo* e immaginato*. Un arazzo con levrieri seduti in primo piano, e cacciagione su vassoi d’argento e frutta e certi guanti ricamati per ragazze da marito in secondo piano, e poi -nelle successione di quinte verso l’infinito spreco e l’infinita diseguaglianza e l’eternità beffarda dell’ingiustizia insanabile- una sfilata di cacciatori in livrea servitori sudati e servili e brusio dipinto in forma di cappellini e baffoni e marsine da caccia e una luce di cipria stantia e di profumi untuosi che aleggia cade si adagia dalle nuvole della campagna incolta saldandosi pesante sulle curve delle guance perché i protagonisti della grande storia che dovrebbe essere edificio e maestranza del presente erano, dopo i trenta anni, quasi tutti ammalati senza che si potesse conoscere il grasso e lo zucchero e gli acidi urici -che li asfissiavano e li corrodevano subito dalle tavole apparecchiate e nei tuguri fangosi e senz’aria- se non in prossimità della evidenza rovinosa della digestione finale da parte della madre terra che si riassorbe i suoi figli.

Vedi oggi come è possibile reimpostare la tessitura e come domattina (essendo una folla di penelopi* clonate a meraviglia tutti gli artisti e gli ossessivi) si tesse di nuovo -senza che per i primi sia una ripetizione sterile, o proprio, nei secondi, essendo una morbosa coazione mascherata dalla forma sciatta della vita quotidiana- domattina saremo sull’attenti a vivere il futuro di noi riflesso nella luce che filtra dalle tapparelle. Siamo resistentissimi alla luce. Non saprei come dire ciò che si capisce via via degli esseri umani. Resistenti alla luce vuol dire -attraverso l’aggettivo qualificativo- che, nascendo, la dialettica energetica del primo scambio extra uterino è di opporsi: cioè offrire il volto alle lampade o al sole senza poter sfuggire e dunque subendo e addirittura ampliando attivamente e reimmergendoci per una nostra ridondanza di specie in una variabile cascata di eventi a partire dallo scarto neonatale rispetto a subire passivamente lo stimolo cosicché la nostra vita è una serie impressionante di conseguenze a partire da una deriva originaria.

La luce arriva e noi deriviamo appena la linea di rotta. La nascita è lo scossone di un sortilegio che avvolge la nave che quasi inavvertitamente oscilla restando tuttavia ben salda la dinamica delle masse in equilibrio di galleggiamento obliquo verso coste di continente e croste di pane della terra emersa (che ne è esistente più quella sognata che quella conosciuta e nelle carte si vede come, dove sognata e conosciuta si incontrano sotto gli occhi e i sogni degli esploratori, le pergamene si coprono di scaglie nerazzurre di mostri). Il mozzo sulla cima dell’albero di maestra sente bene impressa la spinta d’onda ma in genere è muto, comunque affetto da un deficit che gli impedirà di emanciparsi, ed ha imparato la noncuranza degli ultimi verso il resto dell’umanità, poiché essi sono quello che si diventa quando nessuno ascolta. Ha sentito ma è uno ininfluente. Un essere sulla cima del vento che è messo dove è messo per avvertire con la sua vita precipitosa più che con la voce. Comunque nell’universo ci sono testimoni dello scossone al fasciame dello scafo. La nascita ha testimoni inascoltati.

Dovrò farti la dichiarazione per gli anni avvenire da mozzo quale sono e tu seguimi al centro dell’appartamento. Vuoto polvere aria sottile pulizia: stamani in grande spolvero stanno il desiderio e il sorriso sulla faccia. Vieni e al centro dell’unica stanza vedrai tutto questo immaginare*. Siamo specie resistente. Beffardi i pensatori tisici hanno viaggiato. Prima del ridicolo splendevano di boria ma nessuna democrazia comunque metteva in ridicolo quell’atteggiarsi. La storia non è poi tanto affollata. Essa si è sempre sbarazzata da sé di sé. Lo stato civile delle parrocchie ne contava a migliaia che morivano come le mosche. E mosche nascevano infinite dalle carcasse determinando altre epidemie. La civiltà è batterica e paludosa però colora e edifica con secchiate di vernici suoni profumi e gocce di spaurito genio una terra mai definitivamente conquistata una terra che bisogna dirlo è ineccepibile in quella sua divina antipatia. Là sopra quel mondo pochi etilisti di genio comandavano eserciti che morivano di più nel fango delle marce di avvicinamento che contro i cannoni. Conquistavano scoprivano se la intendevano tra loro protetti dalla diseguaglianza e dall’ingiustizia senza le quali non ci sarebbe stato l’agio di mettere in forme universali le scoperte dei singoli gli avanzamenti della tecnologia le immoralità che anticipavano e demolivano la morale e gli sguardi che anticipavano occhieggiando un futuro differente. E anche tutto questo è decisamente antipatico e ineguagliabile atteggiarsi dell’umanità alla forma della dismisura di se stessa. Ma resta che la vita ha gloria nel dirsi che nessuna morte è romantica.

Se non si si vede l’asimmetria da cui si parla si pensa che una vena di ardore ci sia nella conclusione. La pulizia e la lucidità delle scrivanie, la relatività evidenziata da esperimenti tra navi e terre immaginarie chiarisce come non si possa avere mai la sensazione del nostro reale quieto e inesorabile movimento. L’odore luminoso nell’appartamento è in granelli di polvere in moto browniano. Si era scoperto il linguaggio che girava intorno a se stesso e contava numerosi sacchi di grano in ingresso nei granai. Il linguaggio allora si era dato la scienza appassionandosi ai propri confini. La psicologia, dopo la scoperta dell’anima, ha inferto alle parole definitive una definitiva lesione. Oggi teologia e psicologia devono vedersela con il dato che la nascita scuote la nave più o meno secondo la vitalità del singolo nascituro. Maggiore la vitalità del feto e maggiore è la resistenza immediata alla spinta luminosa.

“È precario” (*) Al centro dell’appartamento dove ti ho portato una tela di lana antica.

La resistenza è segno della possibilità mantenuta dalla nascita ad oggi di assorbire sempre maggiori quantità di luce e realizzare conseguenze dallo stimolo originario in forma di chiacchiere alla crema e budini di costruzioni elettroniche e di computer e di elevatissime risoluzioni di schermo risoluzioni che placano le nostre ansie di corrispondenza tra l’oggetto e la stampa. Gli sviluppi involontari della gioia di vivere mostrano che la mente è un cristallo aperiodico e sarebbe meglio che tu e nessuno che conosciamo diceste mai più le stesse cose perché è contro natura. Non contro la natura di una filosofia ontologica né di una estetica della morale ma è proprio contro la forma solida della struttura alla base della chimica dei legami che formano (ricreano fluttuando continuamente senza riposo) il nucleo intorno a cui si agglutina quello che siamo anima e corpo, come si dice.

Un cristallo non è sempre salgemma fermacarte. La vita in me svuota cassetti e spazza i piani delle scrivanie. Dovrò spendere qualcosa e fare un debito per farmene una nuova. Una nuova vita vale un debito d’amore e tu invece risparmi. Un debito d’amore non è una promessa ad un’amante che sorride ma il rifiuto della noia dell’amore presente che rischia una malattia mortale. Come sai la difficoltà e il coraggio è la passione del rifiuto verso gli indifferenti. La resistenza alla luce fornisce la possibilità di opporsi all’anaffettività dei compagni degli amici dei collaboratori.

Vibrerà appena al centro dell’appartamento quello che si era spento. In genere così è il ritorno a casa quando non è ritorno. Questo vedrai al centro dell’appartamento: vedrai di certo i volti infarinati di quelli cui voglio continuare a parlare.

Nota * (la sostanza dell’intelletto sta nel dare una legittimità al soggetto di frasi impersonali del tipo “è precario “. E’ questo amore il centro della stanza. Ma… la stanza non è il centro, capisci ?!)


incerta meraviglia della Teoria della Nascita Umana
lei…

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