un dio demodè

24 Novembre 2020 Lascia il tuo commento

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il genere umano

(Collezione Privata)


Lo spazio-tempo non è spazio né tempo. Non ci sono ‘cose’ nello spazio e non ci sono ‘istanti’ nel tempo. Non c’è una scenografia ‘esterna’ che contiene gli avvenimenti.

 

C’è tutto un perdersi in una funzione prossima che ci compete, per quel che ne sappiamo, che però a sua volta è perduta in una funzione che le compete per ulteriore  prossimità: e così via più di una volta e intanto già qui adesso.

 

Il presente dilaga di già se ne parliamo. E il tempo ‘possiede’ il proprio spazio. E più il tempo è contratto in un istante più lo spazio su cui si estende è ampio.

 

‘Adesso’ dunque non è trascurabile elemento di ‘presente’: ma addirittura è il tutto in un avverbio. 


L’asserzione singolare di ‘uno’ non è il numero che lo designa, perché quel numero indica la numerabilità e non soggiace all’individuazione del proprio significato ordinale.

 

Quel criterio di valere è di certo individuazione in un punto e in un momento: ma proprio per questo è anche ininfluente e pretestuoso perché chiama a suo contrappunto l’ordine non lineare e non provvidenziale del ‘mondo’.

 

È che ogni tentativo di indicare una illusoria localizzazione in cui uno si trova in un certo momento chiama in causa lo spazio-tempo nel quale l’oggetto nominato come ‘altro’ include:


-sia l’invocazione

 

-sia colui che invocandolo ne auspica la plausibilità e ne prescrive l’uscita dall’impensabile.

 

L’impensabile non essendo quanto è inconsciamente condannato al segreto: ma ciò che, poiché non si è abili ad immaginarlo, è l’inestetico e l’orribile.

 

Non c’è un giorno nel quale accadde qualcosa che non doveva accadere e che dovremmo riparare. Ma c’è il nome sbagliato che abbiamo attribuito alle cose. C’è questo orrore che si può correggere.

 

Rinominare correttamente per sabotare la disfunzione. La bella pronuncia di nomi amati per disingannare le disabilità.

 

Sperimenteremo cose del tipo che segue.

 

Il grido del soggetto attrae il soggetto stesso nella scala armonica ascendente della sua stessa voce mentre il grido si forma in gola.

 

L’estensione vocale che porta frammenti linguistici mostra la fisionomia sfrontata già presente nell’intenzione motoria dei suoni in volo.

 

E suoni e intenzione generativa sono la medesima sostanza costituzionale della cosa verso cui si sono promessi sposi.

 

Oggi. Io. Vòlto a te.

 

Seduto alla luce del fuoco o del giorno ogni volta sono intenzione generazione e eco che stanno insieme alla materia vibrante che torna dal fuoco e dal giorno.

 

Il fuoco ed il giorno sono sabbia di smalti roventi e l’abbraccio tra noi è la compiacenza con la quale il mondo, che con gli abbracci evochiamo, ci accoglie.

 

È che non ci sarebbe mondo senza l’intenzione che mondo ci debba essere.

 

Il mondo, e le cose, e l’istante dopo questo, e la casa in cui andremo ad abitare…. non ci sarebbero senza il grido che li comanda.

 

Nominare non è espressione di desiderabilità. È intransigenza di una pretesa.

 

Nello stesso modo, o quasi, amare il mondo, cioè dare nome a ciò che esiste, non è dolce e rassegnato progredire verso il dato e il creato. Non c’è ingenuità nel legame tra le cose e i loro nomi. È perizia di specie il navigare in mezzo alla tempesta.

 

Parlare è ingrediente più di ogni altra cosa. Cioè, etimologicamente, è gesto di entrare e incamminarci nel regime dittatoriale delle preferenze e degli auspici.

 

“Lasciando la famiglia, gli amici, la blanda speranza?”  Ecco che inorridisci in risposta.  


Il bello dell’uomo, la meraviglia di specie, è raccolta nella fonazione complessa che disegna spigoli e precipizi sul monotono asserire dei mugolii animali, e interrompe la quiete del ‘nulla più da volere’.

 

Il bello dell’uomo è sapere che il grido, e la nominazione, e il richiamo, alla fine (ma dov’è?) diventano il materiale medesimo di costruzione delle cose sulle quali i nomi e le grida e i graffianti richiami si poseranno o andranno a incidere e graffiare.


“Ma i nomi non erano dunque i nomi di quelle cose che c’erano già?” (Di nuovo tu..)


Mistero.

 

Forse noi generiamo più nomi di cose delle cose esistenti. O abbiamo versioni del mondo che sono più mondi dei mondi che sono.


Pieniamo il mondo di cose. Pieniamo il mondo di mondi. Tutti i mondi possibili, con forza aggraziata, con quieta maestria, vengono riposti in uno solo ogni volta che un mondo dobbiamo abitare.

 

Con dolore per quanto si perde.

 

Col sorriso sornione: perché andremo ben presto a riprenderci tutto.

 

Una cosa entra nell’altra perché la natura fisica del pensiero non ha pretese di assoluto.

 

E un’esistenza non contraddice la natura dell’esistenza. 

 

Nuovi mondi e incrementi sono realtà che abitiamo di già. Grattacieli e foreste promessi,  che in un tempo lineare non avrebbero dovuto esserci ancora, ci ospitano già.

 

Da sempre è umano l’essere umano. E poiché tiene e non scaccia l’umanità, l’umano prevarrà su ciò che scaccia l’umanità e se ne impoverisce. (Il dis-umano impoverirsi della propria ricchezza).

 

L’umano è umiltà. Cedimento all’obbligo di crearci un dio non fuggitivo: alla nostra portata. E a un tiro di schioppo da adesso un genio sparò. Fu la fine di dio. Spazio-tempo è l’inizio del gioco. 


Giochiamo ad un mondo diverso. Un mondo più mondo di altri. Un modo più acconcio che mai.

 

Pensiero demodè questo dio calato dall’uomo nell’altro.

 

Invenzione demodè lo spazio-tempo.

 

Un mondo evocato, un rifugio, costruito da parole che avrebbero dovuto restare indicibili calcinate e che, sì, per davvero, restano da sempre calcinate ma nei muri di quel mondo che evocano: vicinanze specchiate in quello che deve venire.

 

Restano nei quartieri delle circostanze immediate su cui gettano ombra luce e rumori. Le parole si annidano e si fortificano nel mondo che esse stesse costruiscono a loro somiglianza.

 

Le parole sfidano diffidenze e cedimenti.

 

Le parole vengono dal futuro che nominano per dirci che non c’era mai stato questo futuro. Che ora c’è perché proprio loro, da quel futuro, vengono a esaudirne il nome.

 

Le parole arrivano da altrove. Sono uccelli augurali che confermano e accertano il viaggio e l’attesa da domani fino qua. Tempo-spazio, stavolta, che è uguale.

 

Il futuro è in esse solo apparentemente successivo. Ma del futuro è figlia, in fine, ogni elegante equazione che ne ha evocato la bellezza.

 

“…. ma come può l’esistente edificare la propria soluzione coi materiali che la soluzione fornisce.. “  Tu mi domandi.

 

Io ti guardo e ti dico

 

“ … ti amo..”

 

E tu proprio così incredula, sei il futuro perplesso, la bellezza della promessa di rivederti che torna dal domani che porti con te.

 

Tu sei il domani tutti i giorni per la prima volta.

 

Eccoti oggi là: nello specchio dei miei occhi. A guardarci senza paura. 

 

Non so dirti di più.

 

Tu sei amore che ancora non è. Che trepida in noi ed è ciò che volevamo poi era venuto a mostrare di nascondersi nel futuro che generava.

 

E per riconoscenza verso il futuro che lo ospita genera i nostri ripetuti movimenti solitari. Le nostre solitarie passeggiate.

 

Durante quelle camminate noi gettiamo il nostro cuore nei fossi, sugli alberi, perfino nei più irruenti corsi d’acqua.

 

Amore per la natura, dicono. Ma non è vero. È amore per l’amore.

 

Laggiù, nella natura, noi ascolteremo l’amore che già c’è e che però, così ci pare, ancora ci chiama. Fruscio di voli e correre di nuvole.

 

Spazio-tempo è la nostra stanza dislocata in modo che (potremmo dire malamente ma meglio non si trova ancora da dire) è essa stessa spazio-tempo cioè un volume sentimentale che si è messo di traverso alla vita.

 

Così ora noi, per troppa felicità, non si vive più.

 

Ebbene, detto questo, viene che lo spazio-tempo è generazione di proposizioni a proposito di se stesso.

 

Essendo lo spazio-tempo una scoperta che implica la certezza della natura fisica della funzione del pensiero.

 

Si erige allora l’idea di un limite. Sono schiere di proposizioni angeliche che calano in mezzo a noi ogni volta davanti al nulla.

 

Addosso a questa funzione, contro questa parete corale, la mia voce che dice il tuo nome si dirige e torna.

 

Allora io, che mi sentivo così potente nel coraggio delle dichiarazioni…. sono l’eco della mia voce dopo aver sbattuto addosso ad una certezza.

 

Spazio-tempo. Ti-amo.

 

“Capisci?”


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