ufficio postale di frontiera

15 Gennaio 2016 Lascia il tuo commento

avamposti

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Ufficio postale periferico. Una panchina leggera di pietra lavica e metallo guarda a occidente. Non è fatta per l’alba. Mi siedo a scrutare dal mio avamposto la frontiera ulteriore dove si può arrivare con lo sguardo. Con lo sguardo scendo insieme al lento intensificarsi dei timbri bruni e azzurri del sole sulle case all’orizzonte. Mi rinfresco nelle piscine di acqua salata a forma di cuore nelle ville dei magnati del petrolio. Mi disseto nei fiumi saporiti nel delta che accoglie e nasconde la casa e la vita di persone povere e sconosciute.

In vista di tutto questo distribuisco al mondo che si distende davanti a me la corrispondenza regolarmente timbrata con la data del giorno di transito. Da questo ufficio postale partono gli ultimi raggi verso il domani. È una condizione di grande libertà abitare il limite. Si sa ciò che conta senza esserne travolti. Il ‘panorama’ dalla panchina è un mosaico di pietruzze colorate e cubi di oro fuso che spiazza turisti e topografi. Si imprime come una visione muta: porta la densità del tempo che -per via della bellezza di quella siepe di colori- non fa, per adesso, tutta la paura che sempre fa il tempo che porta la fine.

Con la schiena ben salda contro il muro esterno dell’ufficio telegrafico guardo il mondo fisico di fronte a me con la confidenza competente dell’età matura: precisamente, come fossi il giardiniere di un orto botanico, sorveglio con un colpo d’occhio la fioritura incipiente dei bocci accesi nel mare dei cespugli di rose di Costantinopoli.

Ho trovato questa postazione, ufficio periferico, da cui posso inviare telegrammi di felicitazioni e avvisi. Ho il ritmo delle onde che agitandosi fanno suonare il martello sulla campana delle boe acustiche nella nebbia del mare traditore.

Ha una fluttuante fruttuosa utilità questo far niente. È, mi dico, il campo d’azione di un visionario: tra il muro e il curvarsi della materia del mondo sotto la pressione delle amorose perduranti promesse.


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