“to break off”

19 Settembre 2012 Lascia il tuo commento

Non avere paura. Non avere paura. Imparerai ad amare Bach. S’immagina che possa succedere e come tutto ciò che è immaginabile prima o poi può essere capito e risolto. Seppure Bach sia tra coloro che ci riportano sempre trai margini del numerabile e dell’infinito.

Questa spiaggia di consenso di cui ci approfittiamo è lo spazio tra un dato numero e il suo opposto. Il suo opposto non è quella cifra esposta con il segno meno: è tutto quello che riguarda il prima della genesi della cifra, lo spazio mentale e la sua fisiologia prima della generazione di un numero.

L’opposto del numero non riguarda neanche i rapporti con lo zero, l’impronta sulla sabbia dei sassolini che non ci sono più. Contare a lungo riguarda le gerarchie tra composizione di numeri. Composizioni lunghe e brevi. L’opposto della cifra riguarda l’immaginazione.

Lo zero ha a che fare con la tollerabilità dell’idea della mancanza. Ha a che fare con quando mi venne in mente il nome da darti alla tua nascita. Inventarsi un suono per il tuo volto emergente. Da dove sbucava quella smagliante unicità. Ma non è ancora infinito.

L’immaginazione è alla fine della paura. Consente di sedurre dicendo senza spiegare: “Contare è base della vita emotiva, è il riguardo che si ha per la grazia con la quale viviamo per gli altri e gli altri potrebbero decidere di vivere per noi.”

Da una parte dunque il confine del numerabile: tu, io, noi due, molti di noi, quasi quaranta. Vedi com’è facile contare oggetti discreti. Com’è liquido questo lato del grattacielo con i piani scanditi e le scale ben costruite e invisibili, e invisibili pure gli ascensori che sfrecciano.

Puoi contare gli equilibristi sui cornicioni, gli spazzacamini nelle cappe di aspirazione, quante volte sia necessario pulire per respirare aria buona. Contare oggetti, persone, cose: non c’è bisogno di capire la percezione. Non c’è intuizione, fino ad un certo momento. Poi si. Improvvisamente.

Fino a che non c’è l’intuizione sulla percezione tutto quanto si è contato non si riesce a trasformare in niente altro che una successione ordinata di cose. Mille anni fa la ragazza che non tornerà ad abbracciarmi. Tu quella volta, si quando anche tu andasti via. Occasioni di pianto irrimediabili perché sono fissate nella successione rigida di oggetti della memoria.

Solo quanto si può immaginare, invece, alla fine sarà compreso, sarà patrimonio comune, plurale, collettivo e civiltà. Ma quanto si può immaginare è infinito. Sta dalla parte opposta della cifra. Non è neanche lo zero. Non è definizione di una mancanza oltre il pieno di ora. E’ l’attimo che precede la decisione del voltarsi.

L’infinito è potente, forte, denso. Un bastione contro la follia. Il ciglio della bellezza da questa parte del pensiero. Argina la crisi. L’infinita immaginazione ferma l’idea di irriconosibilità. L’infinito è l’armonia delle linee confluenti, là, nell’angolo della stanza.

Infinita è la continuazione delle inchieste. La bellezza altrui che non si può ‘avere’ è infinita. Infinita è la certezza che io, ai tuoi occhi, farò parte, anche io alla fine, di un’infinita continuazione: legame. E riuscirai a pensarmi che continuo a leggere nell’universo composto della libreria.

Che canto al buio. Da un poco vivo, insomma navigo, in quell’iperspazio degli scaffali, grazie al credito che i proprietari mi accordano. Il mio nome è a capo di una lista: accanto ad ogni titolo c’è un numero che è  la cifra di un costo. Quel contare è manutenzione del pensiero.

La cifra, ognuna delle cifre, numerabili nella loro singolarità -e nella successione ordinale riguardante la sua esatta posizione- è l’opposto di sé: essa, scritta su quel taccuino dei creditori è, in verità, irragionevolezza di un debito che non si potrà estinguere.

Questi numeri sono cifre d’amore, diciamo così. Una fiducia. Misurano la disponibilità. La disposizione d’animo. Loro, i librai, sanno che è inevitabile. Come lo so io. Mi ammanterò di altri che capiscono queste condizioni. Improvvisamente volti al futuro.

Ho preso certe parole tra ieri e oggi. Un dato numero di parole: sei o sette. Stavano in “Riflessi in un occhio d’oro“. Ma ne ho cambiato la successione secondo il mio pensiero delle tredici. Così, come un codice genetico, ho generato una inedita stringa letteraria, cambiando una successione.

Eccola. Intento tetro nero sogno. Opulenta agrodolce oscura stagnante confusione. Bruno stizzoso furore. Scarlatta germinazione. E grazia letteraria. Trovo per te continuamente parole. Puoi interpretare il mio inconscio. Leggendo, con te nella mente, faccio libere associazioni.

E la narrazione cambia. La serie di parole crea sinestesie, il mondo interiore forza la realtà, la altera. La bellezza si diffonde. Si può vedere il lacrimare del succo dal taglio netto dell’amore sull’albero della gomma: la coscienza.

Puoi sapere come dispongo di me al sorgere del tuo ricordo. Quello che estrai dalle caverne come la regina delle miniere. Nessuno mai può davvero pensare di offrire altro. Confido in te. Confidare è una soluzione agli anni. Saranno tutti invidiosi di noi.

Ti regalo questo capo del filo della mia vita che ho tenuto fino ad oggi tra le dita impaurite e diffidenti. To brake off.


i pennacchi di San Marco
letture 2: "LTI: la lingua del terzo reich"

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