the Shadow of your Smile

22 Ottobre 2012 Lascia il tuo commento

Cento oggetti, pietre, pergamene, incisioni, sculture sulle ossa, punte di lancia. L’uomo cosparge il mondo dei suoi oggetti. La bellezza improvvisa è folgorante: dunque non siamo più cambiati. Questa vibrante permanenza su cosa riposa? La domanda è a proposito del pensiero umano. Sull’inizio del pensiero. Prima è non cosciente, ma dopo il pensiero pensa il pensiero. Questa trasformazione è il fondamento di una specificità. L’interesse continuo per quel passaggio tra due stati è alla base della cura dei disturbi mentali.

Sonno. Veglia. Sogno. Immagine. Pensiero verbale. Linguaggio. Figura. Storia. Scienza. Materia. Fisica. Ricerca. Affetto. Legame. Distacco. Racconto. Trasformazione. Scoperta. Irreversibilità. Tempo. Identità.

Una scienza non è bonaria. L’interesse deve essere costante. Nemmeno l’arte è bonaria. Le scoperte scientifiche sono anche belle. Le soluzioni sono eleganti. La guarigione ha canoni estetici. I fenomeni di trasformazione rivelano la struttura delle cose. La comparsa del primo oggetto è istantanea.

L’irreversibilità è l’idea che dilaga nella terra dei rivoluzionari di tutte le nazioni. Per studiare ho dovuto rompere i trattati di pace con i diplomatici di ogni nazione vicina e lontana.

Io dico che siamo fenomeni storici con tutti i nostri amori al seguito, con armi e bagagli. Questo significa per me che duriamo ma finiamo, anche. Che quello che dura muore. La storia di cui siamo fatti è nella biologia della materia sui cui solchi crescono i fenomeni fisici del pensiero. E quando la biologia finisce e si spegne le parole quiete si assopiscono come i semi di grano.

Ho rotto i patti diplomatici a causa dichiarazioni di tal genere. Una conclusione prevista senza finzione. Era nel sogno di eroi diversi. Uno immortale. E l’altro mortale. Si sognano mitologie per dire “… sai ho sognato la tua resurrezione nella mente: vivevi a lungo, soltanto molto a lungo.” Che fare? Durare di fronte all’immortalità è opporsi alla furbizia. La ragazzina, sorridente, dice “…credevo che eri morto, non arrivavi…” Ma non ha angoscia: ride mentre delicatamente offre la fronte se voglio stringerla alle labbra. Così sono libero di andare e tornare sempre. Fino a quando le figure tendono appena le braccia, non esageratamente, senza apprensione.

Avevo sperimentata trent’anni fa l’ideologia dell’eroismo. Fu una comprensione incompleta della profondità di una scoperta. Nella scienza vale il SEMPRE di una regola acquisita. Nella situazione di una scoperta scientifica ‘SPESSO’ è una imprecisione, una approssimazione. Approssimazione e imprecisione nella scienza sono ignoranza, come esattamente, nella designazione delle dinamiche di rapporto non cosciente con gli oggetti, esse sono negazioni. Nella mente dire SPESSO corrispondono alla confusione. Dire SEMPRE corrisponde alla certezza di alcune conclusioni, e agli addii.

“…Per quello che se ne sapeva noi rimasti al di qua, dal viaggio avresti potuto non tornare, nel viaggio svanire, lasciandoci a fare i conti con tutto il nostro amore che non ha mai pensato la tua morte, perché essa non si può pensare. Essa però c’era: stava nella negazione. Perché il SEMPRE l’avevo pensato riferito alla tua eternità. La nostra guarigione  falsa era legata all’euforia. Quel pensiero ‘mitico’ ha resistito fino a ieri, poi…”

Si fa strada la crisi dell’onnipotenza. Si rompono i patti nelle segreterie delle ambasciate, e la diplomazia, in gramaglie, è distesa un poco brilla sul divano del Capo di Gabinetto. Come dire di noi nel tempo? Prima e dopo la chiarificazione di un errore di comprensione?  Studiavo il passaggio tra due Sistemi di Coordinate. Nella fisica classica quello che resta invariabile trai sistemi è il TEMPO. Ma nella relatività quello che si tiene invariabile è una VELOCITÀ (quella della luce). E per questo deve essere possibile concepire che cambiano tempo e spazio in ogni sistema di coordinate. Così, in cambio del nostro sacrificio di comprensione, restano inalterate le leggi che governano l’universo.

Dunque, seguendo il filo del coraggio: come chiamare la morte in modo che non faccia l’angoscia? Essa non è che un suono e prima un’idea molto umana. La bambina: “… Credevo che non tornassi mai più, ora che sono cresciuta so che accadrà, e, in fede mia, non mi ucciderà. Se ti voglio con tutto il mio cuore, siccome ti voglio con tutto il mio cuore, resto lontana, ti faccio spazio, faccio un mare da attraversare…”

Per abituarmi a pensare devo realizzare concretamente i solchi sui campi con i fili di erba quieta, cresciuti dai semi disposti in fila. Devo distruggere il pensiero mitico che mi ha fatto ammalare di tutte le ideologie: tu fosti il più pericoloso amore. Parlavi del ‘sempre’ e io non capivo che era un sapiente discorso scientifico. Io pensavo che saresti ‘sempre’ rimasto, fin dopo me. Per non pensare la mia fine, che sarebbe stata vedere te morire, ho creduta la tua eternità e ti ho odiato. Senza saperlo.

La favola del figlio in croce ero io. La realtà del padre che tace alle nostre chiamate è per farlo cattivo, purché esistente. Così ho passato anni nella falsa identità di essere buono. La cosa più difficile è ammettere che la sensibilità di voler evitare il dolore altrui, a causa della concretezza di un nostro risveglio con una comprensione nuova, è depressione.


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