stille nacht

13 Dicembre 2013 Lascia il tuo commento

venerdì 13 dicembre 2013

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Dunque torna ancora. Lo scrivere graffiando nella persecutorietà, nella pre-oscurità  e nel buio silenzioso della materia mentale erosa. Stille Nacht, Heilige Nacht. Notte silente e santa cantano i ragazzini in coro: è quella la mente umana, fatta di insiemi brillanti di capelli arricciati e di voci impertinenti e assonnate. I ragazzini cantano quasi dormendo, stregati dalla finzione musicale. Abbiamo l’anatomia adatta ad essere semi addormentati nella bellezza in eccesso. I solchi cerebrali narrano della vecchiezza di specie. Che è diventata svergognata infanzia umana. La base organica dell’inconscio, della storia, della scienza dei significati e dell’etica necessaria alle parole, è l’eccesso di sostanza cerebrale. Non è stato più possibile, da un certo punto in poi, mettere a posto le cose senza accatastarne un poche nel deposito tra i solchi.

“Legna ben tagliate nella soffitta” … sognavamo di tutto! Erano gli anni della cura e della formazione personale. Chi non ne ha avuti non sa cosa si è perduto. Tutti anni da restituire, che però è difficile quel tipo di restituzione perché non puoi ‘chiarire’ di che si tratta. È una restituzione di sé, un modo di farsi vivi, un offerta -peraltro non richiesta. Sai quando hai l’esigenza, il disegno fatto da ragazzino che vuoi regalare per dire ‘mi piacerebbe che fosse come lo volevi, che il drago sia disegnato come li pensi anche tu, i draghi…’ E però non è detto che vada bene. Non si può fare altrimenti comunque, dato che l’inconscio non è memoria ben collocata nel deposito. È memoria diffusa, cultura trasversale, un legno ne sostiene un altro. La massa esotica di una vicinanza serrata di alberi e rami delle foreste equatoriali, l’estetica impressionista di un disordine stabile.

Non finisce più la sera. Hai saputo della sera eternamente chiara? Hai saputo delle riuscite dei segni linguistici? Che disegnare, sognare, scrivere, dire, dettare (cioè leggere ad alta voce), ed imparare (nella classe dei ragazzini accatastati vicini nelle strade fuori scuola) è memoria che si forma? Si accostano dita, mani, braccia, gambe forti e veloci… e i disegni delle lettere dentro i quadratini del foglio (questo serve per imparare a stare entro certi limiti). La rivoluzione la faranno solo quelli che furono costretti ad essere bravi e ordinati per i tempi dell’apprendimento che è lungo.

Abbiamo resistito con la solitudine all’approssimazione. Però non è mica finita. Non finirà. Non basta la durata della vita media a garantire una rivoluzione. E così ho tirato via dall’inconscio il pessimismo che temevo come forma di infelicità e che adesso scopro mi rende felice nell’accordarmici con chi è simile a me. È la fine auspicata dell’idealismo e del nichilismo. Fine dell’idealismo nichilista. E poi di questi tempi come si fa a non essere pessimisti se si vuol restare lungimiranti? Sento frattanto cose grosse in aria, nelle voci dentro la stanza variamente sognata. Grandi voci colorate. L’amore con la gemella dell’amata impossibile ad avere. Ma è ben presto evidente, nella rabbia, che lo scambio -confortante, in un primo momento- poi confonde le idee sull’altra, il vero nostro ‘amore’. Su quanto non si sa tenere ma impone un riferimento allo scarto di dissomiglianza tra gemelle, che è il fondamento della bellezza e della riconoscibilità… e della bellezza della capacità di riconoscere e distinguere.

Non so pensare realistica una filosofia del volere. Un etica ottimistica della volontà da opporre al pessimismo della ragione. Non per via di ragione si è pessimisti, ma solo perché l’idealismo non risolverà nulla. Nell’encefalo non si è letto che sia stata individuata un’area corticale specifica dell’atto mentale di filiazione, di fondazione intenzionale. Il volere è diffuso. La coscienza dunque tenta sempre di darsi anch’essa intera alle forme di pensiero, poiché anatomicamente ci manca una funzione localizzata in regioni specifiche che possiamo definire Aree Del Soggetto Cosciente. La coscienza, come il sublime, riguarda una funzione globale diffusa della vita psichica. Ha il fascino ‘olistico’ dei turbinosi anni dell’illuminazione.

In piena coscienza, e ragionevolmente composto sulla mia seggiola, affermo che la luce del locale pensiero, di questo pensiero che si realizza nel cercare a partire (dal dato) che ti amo, brilla all’altezza della vita. Abbiamo tutti la fascia di luce sui fianchi. Siamo borgomastri di città di pietre. La catasta di vita, diffusa nei fasci di fibre neuronali, evoca l’Evo Medio dei comuni accordi sul sentimento della musica. Ora, che è quasi festa, prepariamo quella da suonare in piazza la notte di Natale. Ci vorranno invenzioni di macchine acustiche tali che, nell’azionarne pedali e manovelle, tutti ci chiediamo dove diavolo era stato, e quando, che avevamo sentito una cosa simile. La notte, noi, quando non dormiamo, siamo, insieme ad altri insonni, una fascia attorno al pianeta.

La ricerca nel gruppo di lavoro collettivo crea una scienza che potremmo dire sia Astronomia Delle Idee. Il locale pensiero è il comune pensare. Una cometa, poi più nulla. Una favola per trovare il sonno ora, non per le credenza in divini vuoti. Il mondo è mondo e, anche nelle ore illusorie di buio, è luminoso costantemente. Le parole pensate subito prima di addormentarmi ieri sera, prima del sonno e del sogno, dicevano così: “non c’è che la bellezza: diffusa, comune, quotidiana”.
Poi di sognare non ho avuto bisogno.


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©sergiogigante
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