seduzione rudimentale

13 Marzo 2014 Lascia il tuo commento

 

La seduzione rudimentale, ho trovato da qualche parte, e la mia storia non cosciente si è svegliata mentre leggevo le due parole e ascoltavo la loro unione, quello stare insieme. “Seduzione rudimentale”. È stato un accorrere di qualcosa da ogni parte delle circonvoluzioni della corteccia, sulle piazze dell’ideazione che nella struttura cerebrale sono illuminate dagli sciami di termiti che lasciano il termitaio certe notti e irradiano il cielo di nuvole silenziose. E minacciose, come ogni fenomeno di magica ottusità della natura, che ha la ‘natura’ di essere incurante e priva di qualsiasi riguardo. Gli esseri umani definiscono ‘bellezza’ il sentimento del proprio incanto provocato dalle scie di nuvole di champagne nel cielo sopra le case svuotate degli insetti volanti. Esistiamo inconsapevolmente proiettando dovunque attorno cose invisibili, assai più energicamente di quanto non sia potente la nostra capacità di pensarci mentre pensiamo. Così, nell’esperimento mi hanno fatto leggere quella coppia di termini (seduzione rudimentale) e il medico sperimentatore, di là dal vetro termico della stanza delle radiografie in cui mi trovo da trenta anni, sotto osservazione da parte dei miei solo apparentemente premurosi amori lontani ed esigenti, deve aver registrato un grande scintillìo alla Risonanza Magnetica ad Emissione di Positroni. Mi sono acceso come una lampadina. Incandescente ti accarezzo da qua con sottili propaggini, con l’atmosfera fumante di sostanze volatili sviluppate dall’onda emotiva che si origina nella caldaia di fusione delle due parole in questione, le parole: ‘Seduzione’ e ‘Rudimentale’. Sono tutto cellule sul fronte della guerra, truppe mobilitate lungo il confine oltre il quale sorgerai, dovessi mai tornare, nel modo come immagino che accadrà. Guerra non è una parola crudele, come la uso io in questo contesto. L’anima mia -la mia mente inconscia- senza saper spiegare come, la priva di elementi offensivi, se ne serve con la certezza di averle tolto ogni implicita ferocia. Guerra è per dirti che ingaggio duelli oceanici in regate equatoriali per tenerti accanto quando sparisci. Succede da quando non muoio più se te ne vai perché non confondo più la separazione con l’abbandono. Mi ci è voluta la vita intera a riuscire e ad essere certo che dall’acquisito durante una cura non si torna indietro, che l’annullamento -qui- è risolto e dunque ‘qui’ è dove la separazione diventa nascita.

È avvenuto per aver ceduto alla richiesta di esercitare, durante la ricerca, la curiosità verso i sogni apparentemente terribili. La passione per l’annullamento, dicesti secoli fa. Io dissi che era bellissimo. Ora aggiungo: il suono dell’incoscienza di pronunciare la parola ‘annullamento’ lo scioglie per sempre dal gelo della pericolosità e dell’impraticabilità. L’annullamento, sciolto dai legami di terrore di dover essere sempre solo pensato silenziosamente, viene detto adesso e poi viene rintracciato ed indicato dentro i fonemi e si stabilizza nella rete connettiva delle costruzioni adatte a rendere possibile affrontare la morte del pensiero attraverso le creazioni variabili dell’abilità linguistica. Per altro, e al contrario, so con sempre più chiarezza che il destino della pulsione non può essere sempre virtuoso, e non ci si deve mai scherzare. In altri campi della vita, infatti, in differenti situazioni, molte volte non va così come adesso, e la separazione viene vissuta come abbandono e morte.

La scienza del pensiero e i metodi dell’intervento terapeutico della malattia sono ancora approssimati, si tratta davvero di una scienza rudimentale che si è avvalsa, per questi primi millenni, di un unico approccio ruvido e sensuale. Serve un lavoro simbolico per riunire la realtà fisica del pensiero alla natura di realtà materiale della biologia cerebrale. La materia della biologia lascia svolgere la fisica in differenti stati d’azione che fanno il fraseggio del nero, e realizzano differenti e variabili intensità e profondità di inflessioni sentimentali. La fisica degli stati della nostra mente è la nostra ‘anima mortale’. E ci lascia fluttuare come fili al vento su una cascata di mercurio acido, o su una foresta di antenne paraboliche, o su un mare di radiotelescopi…. e allora noi siamo in grado di esercitare il riconoscimento dell’amore e dell’odio. Ma proprio l’espressione di questi stati contrapposti conferma che la materia, ineludibile, ha una inerzia che ogni volta si vince ma che, anche vinta, nel recuperare il suo muto esistere senza senso estetico o comunicativo, 1)regala ai sistemi di realtà materiale solidificata al sole e all’acqua, la stabilità che consente di ipotizzare una tendenza, e 2)sottrae l’illusione di un automatismo di elevazione spingendoci talvolta, per ‘gravità’, sulla china scivolosa dalla quale potremmo precipitare nel mutismo e nella cecità. La pulsione, che è caratteristica della materia da cui origina il pensiero, lascia sfuggire la consolazione dell’attività cosciente, che è fase residua di un intero processo inesauribile, e quell’attività cosciente ha l’incoscienza di ‘scegliere’, di ‘decidere’ il terreno adatto agli incontri fondanti e necessari a portare avanti la vicenda di ciascuno dei molti romanzi di formazione che sono le nostre vite. La ricerca però non può essere confinata alla coscienza, e deve poter toccare la funzione più accosto alla materia, la superficie radiante il pensiero di base, il pensiero che ha la caratteristica continuità della funzione, il pensiero che non sa pensarsi…..

Torneremo a parlarci? mi chiedo e sono certo che succederà. Uso l’idea di un’amore per la ricerca di quel pensiero irriflessivo, quello che il tempo incide in altissima definizione, raggruppando le particelle elementari componenti l’immagine mentale di ‘te’ non più come ‘figura’, ma esclusivamente come ‘misura’ di una serie coesistente di variazioni di densità delle fibre, che serrano il legame tra ‘noi’, innervando di filamenti ogni singolo elemento ammassato (ma forse devo dire sperduto) in ogni punto dello schermo. La genesi dell’immagine dall’assenza è una ricerca difficile, che sta tra la cura della malattia e la formazione artistica: si vince l’opacità del mondo naturale con la ‘violenta’ leggerezza del filo di un disegno e l’accuratezza che separa i lembi dei tessuti da operare e guarire, con la destrezza di un ragionamento affilato nel modo della lama del bisturi. La cura fatta di parole implica di comporre il linguaggio senza pensare, rispettando la torsione della filatura della seta che viene tirata via dai bozzoli del tempo che è stato necessario a forgiare ogni singola parola durante la storia umana. Sarebbe riposante pensare che si possa ricamare il rammendo sullo strappo come si vede alla fine del film di Bunūel “Quell’Oscuro Oggetto Del Desiderio”. Ragazze in vetrina non in vendita, non ostentate ma intimamente fuggevoli, a mostrare -fintamente ottuse- nell’incarnato della pelle chiarissima, intatta, la materia del pensiero nascosto identica alla biologia cerebrale. La biologia preziosa serrata nel buio del cranio, serbata intatta dal primo momento, che è una terrazza sul mondo, una finestra del palazzo sul lato opposto della strada, di fronte alla natura ottusa, la natura non umana, che il pensiero non c’è l’ha.

Ragazze come esempio per dirti quello che amo: il senza pensiero della distanza che tiene il mondo nella memoria, donne cinematografiche tutte tessitura e ricamo e rammendo, ragazze chiare tutte “sai ti pensavo…”. Non temere sono solo e resterò, presumibilmente, in questa condizione assai a lungo. Come una statua nella mia poltrona guardo la stanza e gli occhi trovano le coperte che colorano i divani e l’altra poltrona di fronte alla mia. Più che letteratura romantica si tratta di toccare stoffe accoglienti e colorate, fantasia/ricordo di divani sui quali si sono svolte attività di cura studio e riflessione. Separati. Profondamente simili.

 


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