ridenti implorazioni

20 Settembre 2019 1 Commento

Delatori di sogni sono condannati alla povertà e all’indigenza. Se mi sono potuto innamorare è perché, nessuno avendo avuto a cuore le parole, tuttavia io ho saputo mantenere come fosse un segreto quello che in realtà era occultato dal silenzio circostante.

Ho tenuto per me ma intanto continuavo a dire: cioè scrivendo e raccontando e interpretando ho lasciato evidente che era nella forma esterna di pietre brune ruvide e opache, il cuore. Che ero cioè proprio laddove mi stavo esponendo. Non altrove.

Per sentire bene addosso che non le mie parole venivano sepolte, ma la persona che sono. 

Il sesso, ingenua questione immediata di pelle, lo vivevo però. La vitalità come pensiero mi teneva intero come uno qualunque dalla soggettività perplessa ma appassionata.

La vitalità, provo a ripetere, appartiene alla aurora del neonato cui non si deve attribuire ancora un non cosciente perché alla nascita non c’è scissione.

E non cosciente é un modo di percepire il mondo e non l’azione maliziosa di nasconderlo.

Chiamo da un po’ di tempo ‘amore’ la sessualità del movimento tra i suoni.

Non si sa la verità dei dati della vita reale. Ma la realtà della trasformazione del mio guardare il mondo è solida e tiepida.

C’è un amante dei toni che comprende con estrema cautela ma senza esitazione la consonanza possibile tra arte e vita? Confesso. O forse, sorridendo, imploro….


legislazione
la vita nuova sulla vita morta

1 commento

  • C. says:

    Adesso abbiamo un canale YouTube di Opera Prima. Le parole anche. Servono idee…
    Ma come dare una mano?
    Un testo, un racconto d’infanzia, una foto di una zia in villeggiatura negli anni ’70, anche illuminando tracce che a te hanno fatto scoprire percorsi amati, che ti hanno formata…
    Ci pensavo da un pezzo, non sono un’artista, ma di strade ne ho da raccontare sotto i piedi e quelle che mi hanno portata più lontana sembravano sempre non esserlo mai abbastanza, erano quelle che non servivano a scoprire come mettere insieme arte e vita, piuttosto servivano a sfuggire al dolore di sentirsi immobilizzati in impossibilità. E allora anche dall’altra parte del mondo finivo per parlare di rivoluzioni che non avevano le erre le vu le zeta…
    Parto dalle ultime parole qui sopra, da quelle tracce illuminate, da quanto di amato stava nel bianco e nero. E dalla formazione. Ieri ad un training dovevo portare delle foto che raccontassero il mio genogramma. Esercizi di metodo in classe, e mi faceva sorridere che le domande che dovevano sforzarsi di formulare le mie compagne di corso fossero tutto quello con cui io non mi sono mai curata in terapia: cronistoria, fatti personali. Tra le foto che ho portato con me ce n’era una in bianco e nero: stessi occhi di ora, stesso sorriso, capelli più lunghi e arruffati. Io a quattro anni guardavo nell’obiettivo mio padre con le braccia aggrappate alle sue gambe mentre scattava e io sorridevo. Gli occhi pieni d’amore per lui.
    Lui mi odia dicevo quindici anni fa.
    “Sì… ma cos’è successo di preciso che ti ha permesso di cambiare idea?” chiedeva la docente e io avevo gli occhi lucidi: quindici anni per poter recuperare quell’amore nei miei occhi e capire che non conta che lui sappia o che altri sappiano… ero io che dovevo sapere.
    Lì in mezzo ci sono le mille strade percorse, e ancora amo (forse più di prima) scorrazzare per le strade che faccio senza sentire né peso né fatica. Mille strade per recuperare un quasi niente che ho adesso per le mani: l’amore di quando a quattro anni lo guardavo attraverso l’obiettivo. Sembra quasi niente per tutto il tempo che è passato.
    Tutto questo ha ben poco a che vedere con l’arte, più con la vita forse. E io non sono un’artista e penso che per poter mettere insieme arte e vita non serva essere pittori, musicisti, scrittori o registi. Serve – e forse qualcuno potrà smentirmi – l’idea di un amore. Ma trovandomi sempre da sola al tavolino del bar, penso ancora che per mettere insieme arte e vita più di tutto serva la capacità di fare almeno un’immagine – dell’altro – con l’assenza.
    Fossi una sceneggiatrice scriverei di chi sta seduto al bar e ha in volto l’espressione di chi si sente accolto in un luogo perché sa che, chi sta per arrivare, non tarderà nemmeno di un minuto.
    Ma non so cosa serva di preciso ad insegnarmi a fare le immagini con l’assenza, cosa accade quando ‘cambia un’idea’. So che tutto è servito ad arrivare qui, tutto il tempo indispensabile, tutto il tempo necessario.
    Lo stesso tempo che alcuni si sono presi per riscuotere un credito.
    So che serve rischiare sempre un po’ di corpo, e serve la tempestività, quanto il tempo.

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