ricerca di una stanza dove sentirsi bene

8 Maggio 2012 Lascia il tuo commento

 

http://claudiobadii.altervista.org/wp-content/uploads/2012/05/caccioppoli-600x401.png

Così tante così tante le cose. Forse la vitalità si è asciugata come un lenzuolo zuppato al sole. Un lenzuolo di saluto può finalmente aprire la mano di mille dita bianche e sciogliersi sulle nuvole coprire le nuvole fare il bagno fuori dalle nuvole. I lenzuoli fanno gli attori nei cortili mentre si balla con le fisarmoniche, con le pagine dei nostri libri antichi avvolti sul torace come fossimo ciclisti che si devono riparare dalla tramontana e come la carta stampata non ce n’è. Fino a che non si bagna di sudore. L’inconscio, dicevamo ieri sera e si doveva aggiungere. Ma non si è aggiunto perché il discorso ha preso un’altra piega. Poi stamattina è tornato, mentre guardavo, studiavo precisamente, “Morte di un matematico napoletano” e studiavo il dialetto napoletano e il rigore delle pretese di una conoscenza e di una esattezza dovuta allo studio. Mentre arrivava all’orecchio il suono della lingua partenopea con la civiltà del mare che fa il seno all’interno, dentro la città, e costringe ogni mattina l’occhio a cambiare. Che inconscio non è un oggetto ma una fisiologia. Pensiero inconscio è dizione di un modo della mente, di una forma di pensiero. Dunque ora è suono di una lingua di una città che il mare bagna curvando dentro, scivolando accanto alle strade. I castelli sulla roccia. Dicono che la nuova stanza ha una acustica migliore di sempre. Una sala di registrazione, dicono. Suoni asciutti. Che ci sentiamo meglio per questo. Letteralmente. Ma è questa esattezza del suono, la rilevanza di armoniche precise, una qualità di eccitazione di quanto è sogno e comunicazione non verbale. Acustica, non verbale. Non pre-verbale. Acustica adesso. Come la capacità di apprendere una lingua nuova. Come la voce di una donna che canta che costringe a chiudere gli occhi. Si deve ripetere: intuito non è cosa degli occhi. E’ una immagine che sta dietro la radice del naso. Dietro la fronte. Un lenzuolo al sole inzuppato, prima, dall’ignoranza della nostalgia. Adesso fa la vela dello spinnaker, la vela per il vento di poppa, si gonfia e invade lo spazio. Inconscio è una prigione d’aria, una forza come il vento che cambia la forma della vela la gonfia. Anche come il lenzuolo. Molte lenzuola nel cortile disegnano gli anni di ricerca. Le parole agitate: inconscio è una modalità di una fisiologia di pensiero, una città invasa dal mare sui contorni frontali, una cosa implicita, una scia derivante da un gesto di potenza che rileva la potenza del gesto la fisiologia della prigione e della liberazione che cambia l’esistenza delle persone e dunque non è propriamente ‘qualcosa’ con un luogo, è il senza terra poiché è spazio tra la mano dei due innamorati, tra quelle del bambino e del padre nel giardino, è lo strisciare della coccinella portafortuna sulla pelle all’estremità del dito medio. Non oggetto, è dizione di un modo della mente. Un poco di vino un poco di vino un poco di vino per alterare un poco una funzione del pensiero per scivolare come coccinelle sul dorso della mano altrui. La vibrazione scatenata dal polpastrello del dito medio sull’orlo del bicchiere prima colpisce il timpano poi fa esplodere il cristallo il vino cade si realizza la comprensione la funzione del suono e del frusciare delle superfici nelle stanze trasforma la nostra vita: che sia una notte degli esperimenti con vino e bicchieri che sia nei prati con le coccinelle che sia altrove di fronte ai lenzuoli alle vele al vento che in assenza di altro da scuotere si riversa nella mente, infinito. E’ all’infinito che allude la morte di un matematico napoletano? E’ all’impossibilità di immaginare una intelligenza legata alla nascita? Il proprio destino di essere un genio che non può essere accettato? L’infinito non è il troppo, ovviamente. L’infinito è un limite, una linea indistinta e incerta. L’infinito è qualcosa ma un qualcosa che mette a disposizione, a portata di mano, l’amore indeciso, l’incertezza della propagazione della parola.

Non so dire. Invece alla ricerca, alle ore serali dedicate al rapporto di ricerca, proprio mentre i girasoli dei campi non lontani piegano le grandi corolle, nello stesso modo, come una flessione della proposizione ad un certo taglio di luce che entra dalla finestra, nasce il sospetto che certe scoperte non saranno mai assunte alla comprensione, non avranno la resurrezione: che serviranno altri suoni per agevolare e vedere una ragione per uscire dalla costrizione della certezza. Dovemmo cambiare la stanze e fece parte di una ricerca che pareva una ricerca sui contenuti e invece era guidata dalle multiformi stimolazioni acustiche dei suoni, delle voci e adesso, solo adesso, tutto comincia nella chiarezza di sentirsibene e provare a dire la condizione fisiologica della salute. Anche nel pensiero.

Poi mi chiedo come sia che trovo in un archivio cinematografico regalato la storia di Caccioppoli, (*) il comunista scomodo, il matematico napoletano generoso con i sapienti cinico e disilluso che si uccide il nove maggio (è domani!) del 1959 a Napoli. Creando un grande sconcerto: ma sempre gli ipocriti sembrano provare sconcerto per l’inatteso e il tragico che fino al giorno prima hanno tuttavia tenuto assolutamente lontano dalle proprie vite, come fosse esclusivamente cosa altrui. Mi chiedono come sia che trovo della bellezza nella matematica. Non ce la trovo, perché sono matematicamente ottuso, cieco addirittura. Sospetto che ci sia. Intuisco che c’è. Ma la cerco questa bellezza che non vedo, che continuo ad annullare perché è evidente che avevo solo trasformato un mio difetto di percezione in certezza di inesistenza. La bellezza del pensiero matematico è sempre stato l’oggetto di una mia impotenza. In realtà tutto si può capire: è solo un problema di affettività e di interesse.

nota(*)Morte di un matematico napoletano rimane una delle tante opere prime del Cinema italiano, che consiglio vivamente di liberare dalla polvere della disattenzione, soprattutto perché i tesori di Napoli sono e saranno sempre più umani che architettonici o artistici. Renato Caccioppoli, con la sua malata magrezza, il suo errare disincantato, i suoi abiti logori, è una delle tante preziosità da conservare nelle credenze della memoria collettiva. Meglio riesco ad osservarlo se prendo in prestito i primi versi di “Ma Bohème”, una delle più belle poesie di Rimbaud – suo poeta prediletto – “Je m’en allais, les poings dans mes poches crevèes;/Mon paletot soudain devenait ideal;/ J’allais sous le ciel, Muse, et( j’etais ton fèal;/ Oh! Là là! Que d’amours splendides j’ai revèes!(…)” (trad: “Me ne andavo/ i pugni nelle tashe(**) sfondate;/ anche il mio paltò diventava ideale;/andavo sotto il cielo, Musa, ed ero il tuo fedele;/perbacco, quanti amori splendidi ho sognato! (…)

nota alla nota(**) già, i pugni in tasca. Ma questa è un’altra storia… o forse neanche tanto.

 


coscienza
parlare riproponendo il ricordo della propria nascita

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.