reliquie

31 Marzo 2020 1 Commento

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la vertebra della santa

(collezione privata)


Le parole non sono per consolare. Le parole sono per dare vita all’innumerevole numero di persone che noi ospitiamo. Per raccontare le storie di tutti quelli che vivono in noi.

Tutti quelli che noi siamo vogliono parlare ad un certo punto. A un punto quel momento viene per tutti. Poiché molti noi siamo attimo per attimo e la storia non ha successioni coerenti di avvenimenti e ci vuole prima o poi il coro delle parole per benedire nella cattedrale toracica.

Noi nati singoli diventiamo nel tempo infiniti altri, differenti da prima. Noi abbiamo la gloria virale di una pluralità non confusa.

Le parole sono medicine di ogni supremazia. Frutta della vittoria. Vini di svergognati rossori. Versioni poetiche delle più turpi stragi. Noi e più di noi.

Una singola parola vera dice quel che è ma in più fa risuonare l’aggiunta di quello che non ha nome e che però è nella mente e con incoscienza noi si vuole che sia.

Le parole, per questa loro plurima consistenza, non consolano mai. Sono quello che noi siamo e quello che non siamo ancora stati capaci di essere. Ambigui soggetti e geni contraddittori. E paradossali creazioni.

Ogni volta, tutto questo essere e tutto questo ambizioso non essere che ancora resta ruggente nell’intento che sostiene ogni singola parola, si muove, sopravanza, sventola.

Le parole sono reliquie, anche. Sono scapole rinsecchite e capelli d’oro e argento, e frammenti di una costola e una o due o al massimo tre esili falangi.

Sono come noi sappiamo di essere: elementi residuali d’un’elementare umanità di chi una volta crepò lieto e sudato di furore.

Le parole hanno la potenza evocativa del sant’uomo e della santa femmina che si sacrificarono in confusi dementi digiuni affinché noi, oggi, atei sprovveduti, potessimo ispirarci a quei sacrifici dolenti. Ma il nostro parlare è almeno reliquia di quei corpi in una cattedrale? O solo feticcio nel museo parrocchiale?

Le parole sono di certo talvolta reliquie di quei corpi santi. Altre volte sono reliquie anche di opere di bellezza e frammenti medicinali di liturgie sociali. Cocci di un intero patrimonio di lussuose ceramiche. Possono essere i frammenti di vetri delle coppe di una dote regale. O i corpetti di lino ricamato addosso al torace forte d’uomo e secco di ragazzina che sono scampati a un rogo. O a una impiccagione.

“Io ti amo” è una reliquia. Unghia di un martire: testimonianza più che verità. E basta.

“Io ti amo”. E questa frase molto sentita è un’apparecchiatura sull’altare di un sacrificio.

Ma: comunione o un cannibalismo assai meno nobile, il “ti amo”?

Dubbio legittimo poiché un tempo si sacrificava molto più che un poco di tempo alla passione, e si cuocevano addirittura i corpi nel forno caldo di un’ideale. Ora si parla: ma si dovrebbe aver modestia e ammettere che si destina alla voce un impossibile da affermare. Che una volta si scommetteva sul rosso e il nero: ed era tutto!

Reliquia di una superbia, dunque, “ti amo” è una bugia necessaria. Perché ciò cui da voce è un cuore posto assai in alto, tra cervello e nuvole: che sarebbe apolide e non è ancora censito. Neolingua.

Tu lo sai. Converrebbe tacere. Perché mentre dico che “ti amo” tu diventi ceramica insanguinata dal sacrificio sull’altare della distanza. Come un tempo al tavolo del bar cuocevamo di ardori quieti.

Una parola, oggi che manchi a fare l’eco all’attrazione, è la reliquia di una ‘bella’ che diventa sposa per necessità dinastica. È resto di un corpo immaturo purificato dal delirio di aristocrazie sanguinarie. 

Che altro. Il sangue anche è reliquia. È il silenzio raccolto in una ampolla. Che contiene le cose che non abbiamo potuto dirci e che risuoneranno appena saremo di nuovo insieme. Senza parlare più.


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1 commento

  • C says:

    “Sono sei mesi ormai che ti conosco. Così buffo, così caro, così terribile: incalzato dalla storia universale fin nel nostro piccolo paese, dove adesso vivi in due stanzette, che sono belle e accoglienti solo quando tu ci sei. Una colossale irruzione nella vita di svariate donne, ecco cosa sei stato. Ci insegni: l’amore verso tutto è più bello dell’amore verso una sola persona. Ed è bene che tu ci educhi a questo. Giacché le donne aspirano sempre a una sola persona, e non all’umanità nel suo complesso. La vera emancipazione femminile deve ancora cominciare, quindi. Forse la donna, in quanto essere umano, non è ancora nata. Sai, tu hai fatto sorgere in me molte energie. E molte me ne costi. Nel mio animo è un continuo confrontarmi con te, come persona e come uomo, e quando finalmente riuscirò ad avere un rapporto davvero chiaro con te, si chiariranno allora anche molte cose del mio rapporto con gli uomini e con l’umanità intera. Cresco e maturo grazie a questo confronto interiore con te e talvolta è difficile, sai? Un giorno hai detto che sono un compito, ma anche tu lo sei per me. Ed è bene che tu ci sia. Arrivederci”. Etty H.

    Ogni inizio che da subito sa essere una promessa esaudita.

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