ragazze madri

16 Aprile 2012 Lascia il tuo commento

 

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Pina (Pina Baush in un film documento di Wim Wenders)

Una donna è veloce con le mani e sa correre. È capace di correre. Di sbrigarsela. Dorme in un angolo della scena. In quell’angolo sta il centro e il mondo va a carte quarantotto. Un oboe all’angolo, il medesimo, mima il piangere prima dell’orgasmo. Bianco, nero, rosso. La terra (terra di Siena bruciata) è trenta centimetri di spessore. Una che balla sullo schermo si arrende guardando da questa parte, alzando le mani e offrendo il seno florido al mio petto. E risulta come se, mentre concede la resa, reclami il mio desiderio. Un drappo rosso incarna il colore delle sue qualità veementi e viene nascosto tra le ragazze. Preludio di lotta per il rosso, “Ma puoi volere -mi dico- il grigio di un frac, o il bianco opaco del latte dei primi quattro mesi.” Gli abiti si cambiano alla cieca, se c’è la certezza somatica di riuscire bene negli abbracci, e nelle scene della piena aderenza.

Il desiderio è speciale vicinanza. Il nostro desiderio era un film fragile. Prova e riprova, con l’aiuto della segretaria di scena. Non si mangiava. Era un ascetismo consenziente. Raccoglievi grano immaginario. Io tenevo lucida la stanza, una stanza quasi asettica, come la sala operatoria di una clinica ben amministrata. Il desiderio ci agitava la mente, e sia. Ma contro l’immobilità ebete dell’adorazione, che presto si insinuò tra noi, assumemmo, a giornata, certi abilissimi ballerini. Bravi ballerini, davvero. Truccavano i movimenti con anticipi e accelerazioni e rotazioni svagate. Erano rigorosi. Erano così rigorosi da risultare di una simpatia disumana. Tanto avevano studiato alle Accademie Superiori, che non si riusciva a supporre che potessero andare incontro a crisi.

Quando andavano incontro a crisi mettevano su una professionalità addiritturamaniacale. Le braccia la testa il busto, tutto di loro iniziava a sospirare su di noi, era un balletto collettivo di infermieri di dementi incapaci. Avanti e indietro gli uni contro gli altri, alternativamente: avanzare e indietreggiare frontalmente. Non meno di dieci passi ogni volta. La scienza fisica dell’inizio del secolo restava allusa nei toni pastello degli abitini delle ragazze. Era una coreografia politica, soprattutto. Ciak ad improvvisazione tutti i giorni. Il prim’attore: il tipo del duropoco servizievole. Primi ballerini imprestati all’Ottocento operaista: disadattati, incauti, nullatenenti, sottoproletari. Esclusi. Una scelta arrischiata fin quasi alla presunzione. Una sceneggiatura, in ogni caso, di livello elevatoClima culturale maliardo. Noi la dedizione assoluta. Si respirava il sospetto verso la fisica che volgeva in poesia.

Era, in ogni caso, una vita composta di parole d’amore e di sorridente dolersi. A chi non c’era viene a tutt’oggi la rabbia a confrontarsi con quella costanza corale. “Non dirmi. Non dirmi. C’era da aspettarselo.” (Non si dice più di questo). Era sempre un muoversi. Il gesto di sedersi risultava così pieno di movimento danzante da mettere a soqquadro le stanze. “Come pazzi. Come pazzi senza pensieri.” Provammo il corpo magico. Provammo il flash sulle coppie immobili per le pose di eterno ricordo. Si fotografava il sorriso corrispondente a un ottuso sentimento di addio senza passione. Divennero scatti automatici nelle cabina per le istantanee, nelle piazzole della metropolitana. Tutti quei volti privi di espressione anneriti d’argento! La luce al fosforo fermava per sempre i pretendenti al dopo (quando non ti amerò più). Alla fine si poteva già lasciar perdere.

Adesso.

Che madri possono essere per noi le ascetiche coreografe? I loro ragazzi e le loro ragazze, cresciuti sulle punte, sono subito superiori ai padri. Sono diversi dagli altri già ora. Sono già uguali tra loro oggi. Sono subito differenti. Sanno già danzare il quasi inutile. Sono, essi stessi, anni di sacrificio. Sono, maschi e femmine, maschi musicali con la prepotenza dei toreri e la perfezione melodrammatica dell’infanzia. Il balletto è una scena onirica. Sta racchiuso nei metri quadri dell’oceano di una vasca da giardino. L’eleganza globale dell’abbandono piena il mondo partendo da una sala e da un incrocio. La vita deve compiersi con uno sfarzo superiore a quello di quei corpi fiduciosi di salvarsi dal precipizio?

Il sogno.

Ci sostiene il binario al culmine della figura, ci tira qua e là, ci mostra il mondo intero. Il pensiero cade, la vita si avvolge attorno ai fianchi scivolando: il tutto è un kimono di grazia. L’amore è un rinoceronte delicato nel guado delle tartarughe. Potrei disegnarti un mondo di animali infantili: innocui. “Un sogno, giuro”.  Conoscenza di addestramento. Il trotto è innaturale. Corrisponde ad una educazione del sentimento motorio che ci manca. Però si impara. “Muovi le mani.” È nascosto, il trotto.  È nascosto come l’eleganza dei tuffatori nei giorni lontani dalla scogliera.

Conclusione.

L’ultima scena è di una possibile riuscita. È una figura in difficoltà che si dibatte. Nei complicati rivolgimenti si impara rapidamente. Per nascere si impara a nascere. La spinta silenziosa comprime il corpo. All’improvviso si canta il non cantabile. Esposizione, chiacchiere di nulla, prendere tutto immediatamente sul serio, piangere, trovare il punto. Ordinare il gelato più grande, guardare la strada dal monte K2. Il bambino annebbiato succhia il seno, ha il latte, in una coppa di vetro tenero appena sfornato.

Pretese.

Sono il sipario che si alza ai tuoi piedi. Anticipiamo i ballerini. Anticipiamo il sonno e la fame. Noi sapevamo. Non esiste nessuna correzione possibile. Nessun errore alternativo.

 

 


metodi per la conoscenza
troni, spigoli taglienti, stanze e pudori

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