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26 Gennaio 2011 Lascia il tuo commento

mercoledì, 26 gennaio 2011

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Piccolo spazio pubblico. Stanze minime ben arredate piene di gente. Libertà di pensiero. Aperitivi: un disconoscimento vantaggioso, una annotazione dissonante, e il mondo intero che gira attorno allo spigolo tondo del bancone del bar. I gomiti appoggiati al banco: Dunque eri tu!!

Ritorno veloce. Riavvolgimenti di un sorriso. Cronologie che si rincorrono, si incrociano, si accostano traballanti. Le amicizie brucianti fanno un tetto. Creano atmosfere composite. Un intreccio di appassionate discontinuità. Ci sono belle case costruite ed un linguaggio ancora da venire.

I gomiti appoggiati al banco disegnano palafitte contro le invasioni. I barbari dall’altra parte del bancone, con un palmo di naso. Si grida a voce calda con la certezza della profondità scura della laguna. Qualcuno conosce l’uso sapiente dei suoni: Eri tu! pronunciata con tono di sorpresa a stomaco vuoto si rivela un’arma.

Piccolo spazio pubblico. Stanze minime ben arredate. Ci si va perché da tempo bussare ad una porta ci manca. Ci mancano -sostanzialmente- le porte del paradiso. Ci manca qualcuno cui chiedere ‘ti ricordi di me’. Ci manca rischiare di nuovo la vita che va via perché si muore un poco ad essere dimenticati.

Nelle stanze piccole piene di gente è autorizzato il viaggio della libertà di pensiero. Ma nessuno ci aveva avvertito che ‘tornare’ – non importa da chi o che cosa – avrebbe richiesto una certa disposizione.  Specialmente se si è trovato il senso dell’amore nelle sacre scritture di una playlist da tasca.

Allora bisogna fare un nuovo discorso. Riprendere tutti fili e cucire gli strappi. Smettere con la musica orecchiabile delle parole per difendersi. Può essere di no, è che temiamo ci mancherebbe poi sempre il piccolo spazio pubblico di stanze minime piene di gente.

La libertà di pensiero ha il timbro dei cantanti lirici, i caratteri di una rivelazione, la rarità di una playlist di preferiti. Chiarisce come dire no. Come fondare città secondo la misura dell’ampiezza dei passi. Impone che ogni soglia deve misurarne due, di passi. Contiene la grammatica per formulare gli interrogativi dal carattere definitivo.

Ci si può chiedere se si usi ancora esclamare ‘ricordati di me‘ alla partenza del treno. E cosa abbia di speciale – bussare ad una porta – che adesso ci manca. E perché manca anche a chi non ne aveva mai sperimentato l’emozione. E a cosa serve avere case costruite senza un linguaggio per raccontarcene la magia.

Bisogna provare ad andare avanti comunque. Dare retta a nessuno e scalare la montagna incantata della socialità che si fa in piccolo spazi pieni di gente. Perché nelle stanze ampie degli accordi privati non c’è libertà di pensiero. Non c’è la recitazione a memoria delle sacre scritture digitali. Playlist dei preferiti.

La assuefazione ad esercitare preferenze ci smagrisce un poco. Scaliamo la montagna per bussare alle porte del paradiso. ”Ti ricordi di me? volevamo costruire una città! Per adesso abbiamo il silenzio che traccia i vicoli e la confidenza che è la pianta degli appartamenti.”

Due passi misurano le due porte sacre. Le mura sono un multiplo della misura delle soglie perché si vuole che la città sia cinta di una armonia aritmetica. La piazza è piccola piena di gente per l’esercizio della libertà di pensiero. La libertà di pensiero non è il libero arbitrio.

La bandiera dei pirati – strana in una città che non è di mare – è in alto. Irraggiungibile. All’incanto del pensiero.


caratteristica dell’ateo
audrey h.

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