Percezione della linea e definizione del potere

12 Gennaio 2015 Lascia il tuo commento

La vista restituita al cieco che stava correndo. Miracoli improvvisati da uno che pareva uno stecco caduto dal ramo di un ciliegio o di un noce, uno tutto gambe. Respiro su due ruote e vivo appoggiato al manubrio per il poco sonno. Ho il sogno da ripensare come provvista della colazione. Calorie che non devo sprecare perché la solitudine è frequente e non so quando potrò mettere qualcosa nello stomaco prima di domani. Il tempo come vissuto soggettivo misura i consumi energetici. Per correre da te esercito un certo attrito. E il volume del mio corpo galleggia nella vasca dell’universo. «Ogni corpo immerso parzialmente o completamente in un fluido (liquido o gas) riceve una spinta verticale dal basso verso l’alto, uguale, per intensità, al peso del fluido che occupa nel volume spostato».

Il tempo soggettivo delle mie attese e dei miei desideri di una risposta in forma di donna è dunque in relazione al peso corporeo. Se lei manca so che devo perdere peso per essere trasparente fluido all’aria a volare: infine non offrire resistenza alle parole. Non resistere al vento opposto della mancanza. Lasciarmi traversare, fosse possibile. Ma questo lasciarmi traversare è una immaginazione di fantasia. L’idea certa che il pensiero sì che saprebbe scivolare in molecole nello sciame delle nuvole. Grigio chiaro e scuro fanno la bicromia.

Il sonno che sostiene il sogno. Il pensiero notturno silenzioso senza traccia dentro la stanza scura. Come si fa a rendere leggibile la differente colorazione delle masse di mare e cielo terra e mare cielo e terra quando sono impercettibili attraverso le lacrime delle partenze. Siamo noi che riempiamo di compassione la linea, che apprezziamo le lettere della scrittura sillabica come i più astratti degli ideogrammi. Nel sacco sulle spalle del baleniere che viaggia. Nell’abitacolo dell’utilitaria su strade di notte in navigazione per la mostra degli impressionisti.

Oh spesso, più di quanto non si veda, si pensa di poter diventare quello che pareva uno stecco caduto dal ramo di un ciliegio o di un noce. Di poter transitoriamente essere un albero che cammina. O un airone che respira alto. Di lanciare avanti gli sbuffi d’aria viva per vivere una vita di locomotiva! o almeno di macchinista appoggiato al manubrio di una macchina semi-cosciente mossa fragorosamente nella neve di prateria dalla brace del sonno. E masticare il sogno. Poi ogni tanto, sporgendo il busto fuori del profilo della guardiola del carbone, durante le curve dei binari, ammirare la linea disegnata dai fianchi del treno deformato dalla spinta centrifuga della velocità che piega a tribordo.

Tornare al ricordo delle lezioni di etimologia dei termini marinareschi. La posizione reciproca delle spalle del timoniere e dei fianchi della barca inventa le parole per i comandi utili a tutti. A sapere dove stiamo voltando. Quanti dormendo decifrano il silenzio per le sentinelle. Quanti ascoltano il suono del legno quando la forza impressa dal timoniere flette il timone contro il muro d’acqua e il timone geme, dato che il timone è un remo che affonda oltre il bordo di destra (per chi guarda avanti, nel senso della navigazione). Il marinaio tiene il mare appeso alle sue mani sensibili. Come me quando mi sveglio e davvero penso di comprendere tutto il mondo non cosciente poggiando il peso del mio corpo contro la metà del ramo antico d’albero che fu trasformato in questo utensile indispensabile per non sprofondare nella corrente e per garantirci una direzione.

Interpretazione del sogno. Stabilire la linea che separa due universi. Sognare di stare con lei di fronte al mare o di fronte a qualsiasi panorama: purché contenga una linea immaginaria, l’inganno percettivo di un contrasto accentuato per stringere a pieno titolo di amanti il legno flessibile delle sue braccia e la nave operosa del suo torace che respira accaldato sotto le mani sensibili ad ogni variazione della curva del treno degli anni infiniti passati mai senza una fine dell’amore. Interpretare è oramai diventato dopo tutti questi anni l’incosciente sensazione di tenere a freno il mare. Di navigare.

Prendo fiato inavvertitamente un attimo prima di rispondere. Il fasciame del torace è fatto di costole d’ossa legnose. Hanno assunto il disegno di curve aerodinamiche che sfruttano il principio di Archimede spostando volumi minimi fuori di me cosicché io riesco a restare leggero dentro l’universo radiante dei loro pensieri espressi in ricordi di sogni.

Il tempo soggettivo della relazione viene ugualmente percepito dai due termini della relazione psicoterapeutica e questo può essere misurato attraverso i tracciati degli elettroencefalogrammi ed è un legame di transfert. Certo è un risultato. Ma credo che esso non garantisce funzioni mentali nuove definitivamente lontane dalla malattia. Bisogna mantenere una più profonda sincronia. Un legame senza attaccamento. Essere aironi cioè possedere figura adatta esclusivamente al volo. O macchinisti flessi sui manubri di locomotive spinte dalle braci dell’incoscienza. Timonieri appesi alla crosta del mare per il segmento di un remo flessibile oltre il fianco di tribordo. Ci vogliono parole che legittimino la sostanziale prepotenza di aver esercitato (e di continuare ad esercitare) l’influenza della terapia attraverso l’azione che il linguaggio esercita sulla fisica del pensiero degli altri. Sono parole difficili da individuare perché non c’è una legge proporzionata alla sproporzione insita nella relazione medico-paziente.  L’amore è una concessione: un continente ancora sconosciuto. Lungo la linea immaginaria che separa i volumi che compongono le sue dominazioni sembra di scorgere il suggerimento che il potere nuovo è dalla parte della dedizione.


bicromia numero 2
bicromia

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