parlare riproponendo il ricordo della propria nascita

7 Maggio 2012 Lascia il tuo commento

 

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Per vedere bisogna immaginare. Ci vuole una immagine, prima, sulla quale lasciar depositare le sensazioni. La realtà esterna affluisce. La realtà biologica cerebrale reagisce al fiume travolgente che si aggiunge alla pasta del pensiero cambiando la variabile miscela di buio echi cifre e segni. E tutto sempre avviene continuamente. Nel sonno l’inerzia del corpo fa un peso opposto all’energia luminosa che è solo cinetica e non ha nessuna massa. La luce nelle stanze buie del sonno viene da dentro. Il sogno è radiante sul comodino insieme al mare di libri che si prendono il letto e lo portano via in alto fuggente un tappeto volante: basta poco bella mia basta niente e non è da ora è sempre stato così. Da lontano sembravamo piccoli indistinguibili polvere accecante al sole ma è sempre stato studio del fenomeno mentale dell’immagine, estetica della genesi della scoperta scientifica. È sempre stata la vitalità di una costanza anche se nessuno ha mai una qualche caratteristica evidente in modo imprescindibile che lo caratterizzi al mondo. Ma è sempre stato subito applicare il modo estremo di accuratezza anche senza il sistema: ero io il sistema, tu eri il sistema, eravamo insieme una proposizione. Ora chiedono chi tu sia amore mio. Io ora sembro beffardo: allora fecero finta di non sapere che inventavo gli amori per non morire. Pensavano che era pazzia quella certezza che esiste il seno. Si fermano alla vetrina degli occhi per specchiarsi infreddoliti o accaldati alla vista. Ti amo guardami. Ma il blu del sogno vigile deve trovare la conoscenza e la superbia delle scoperte. Vorrei dire che si è sogno di madri perdute figli orfani di una bellezza sepolta e restiamo sul limitare della favola. Prima della sostituzione siamo un anno di anticipazioni storiche. Ricordo la nascita del pensiero la carezza e il suo gemito potente di avermi messo al mondo e io che feci lo spegnimento del mondo che restava sul comodino mentre svolazzavano le amiche di mamma e le infermiere in bianco calde di eccitazione per tutto quel sangue che abbiamo addosso perché la nascita è l’unica guerra di vincitori sanguinanti con nessuno che muore. Dunque spensi il mondo anzi l’universo esploso lasciando brusio segni buio scintille fuoco e profumi di frutta di paradiso di mani sorrisi fronti sudate occhi spiritati di chi ha vinto paura e transitorio dolore. Io e dopo secoli te.

Noi c’eravamo nel campo di papaveri della nostra nascita possiamo ben dirlo, eravamo gli interpreti principali sul terreno e sebbene da lontano sia sempre sembrato un fatto naturale tutte quelle nascite nelle cliniche ostetriche e nelle case di levatrici cantanti invece si impone adesso dall’alto come un pulviscolo dorato controluce. Le nascite fisiche i parti continui tutto quel darsi da fare a mettere al mondo figli si vede il movimento browniano di infinite particelle al profumo di donne con le gambe aperte e le bocche umide le labbra dolci e gonfie di fatica a gridare “vieni…!”


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