oche

21 Ottobre 2011 Lascia il tuo commento

Musica struggente (*). La trasformazione di un pensiero in una voce che si armonizza  alla potenza di strumenti che imprimono all’aria una forma acustica.  La mattina non dà tregua, nell’orto le oche confuse per un imprinting sciaguratamente interspecifico mi beccano i talloni. Continuo a inseguire la grande creatura di un idea di donna che restituisca la quiete e a mia volta  infastidisco con domande alla sua gonna ondeggiante il nuoto sognante della grande regina del fango. Il sonno da me si paga in scaglie d’oro che vengono pesate il giorno dopo e remunerate solo se è  il caso. Il sogno viene donato come ricordo proprio per questo accordo di sfiducia tra i dominanti e noi. Non è concessa una dimensione di tempo regalato in anticipo e noi di fatto non facciamo altro che aspettare e ricordare. Le crepe fonde tra noi e il tempo  vengono arredate con l’arte del disastro e con strane posture impresse alle statue di marmo disegnate sugli abissi e dette capolavori. Ritratte sulle carte atlantiche servono a definire i percorsi secondo gradi differenti di terrore: mostri e sirene si spartiscono il mare. Per una disamina scientifica sistematica di tutte quelle creature l’amore scava una rete di gallerie d’arte sotto i nostri piedi e  la terra molle spinge in alto l’inquietudine che si amplifica e ci costringe a tutto quanto altrimenti non sapremmo volere fino al progetto delle astronavi. Si mette dentro una scimmietta e si sospinge tutto in alto e lontano per avere la scusa di distruggere l’eternità con un gesto decisivo. I gesti decisivi sono istantanee deludenti sempre. Così tra le oche dell’ansa del fiume dietro casa ho inventato trappole per conferire sfumature alle fotografie per contrastare tutta quella morte, tutta quella pasta di mandorle che è la Pasqua senza resurrezioni. Sono forme di lotta rifiuto le grida i canti i cori le precipitazioni: cadimi addosso è il cigolio che il clinico attento specialista di traumi sportivi ascolta alla flessione dolorosa del ginocchio colpito della seconda punta dell’Arsenal. Gli ricorda la fragilità della potenza della Quinta della Nona della Prima e la calma della superficie d’acciaio delle Fughe e fischiettando sorride a quel prezioso pezzo d’uomo che è, sarebbe, se lo volesse, una montagna di tempi differenti: una sinfonia e uno scherzo, spaziando sui campi di calcio con la leggera noncuranza di un aquilone.

Gli strumenti hanno la potenza di imprimere all’aria forma di musica. Come l’assenza di te crea l’immagine e fa il movimento del pensiero che diventa immediatamente scrittura e genera la coscienza prima che essa possa aver realizzato un giudizioso controllo a proposito delle conclusioni cui arriveremo nel palazzo delle parole, su di noi che scriviamo, che in verità sono solo io a scrivere, per arredare la grande frattura tettonica che si è stabilita alla generazione di una vita umana tra la vita biologica e il tempo della realtà psichica.

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