non-luogo: l’utopia del rifiuto

17 Febbraio 2018 Lascia il tuo commento

“Edipo Edipo!”. Dalla finestra qualcuno chiama. “Edipo… Edipo…”

È una voce piena di rimpianto, oggi che nessuno risponde. Non ci sarà un ritorno. La voce, tra le mura torte dei vicoli, prende timbri aspri.

Edipo assassino del padre. Edipo: il successo dell’adattamento. Il succo della parola umanità privata di qualsiasi ipotetica sanità. Psicologia di un io che pensa solo il male per sé

Ma il male dell’io attuale non è nella perversione che si attribuisce. È nella banalità di offrirsi una unica inclinazione di essere. Essere Edipo, ovvero: la miseria di un pensiero senza fantasia.

Edipo -prima di Edipo- qualcuno ha scelto, nel catalogo dei miti, d’essere l’assassino. La vita della demenza cattolica della colpa e del perdono. La de-mentalizzazione che fantastica la dis-grazia della nascita.

Che radicalizza, nel dolore fisico del parto, la nascita come resto architettonico. L’io come rovina, residuo di una mitica età dell’oro.

Edipo: naufrago in esilio salvato dalla prassi restituiva di un omicidio rituale. Un UOMO. Un uomo?

Edipo è l’uomo stupido nella scelta della propria sorte: cattivo nella banalità di non pensare che durante miliardi di ripetizioni dello schema mitico, all’incrocio fatale, Laio per una volta avrebbe potuto vincere.

Cosi è accaduto. Nei giochi di potere pre-elettorali di questi tempi è chiaro il precedente trionfo di Laio. Perché non c’è niente da scegliere, perché Laio ha vinto di già. A marzo riscuote solamente l’abilitazione a guidare la macchina dei disastri.

Ora noi in attesa di esercitare quella delega nelle strade strette dei quartieri popolari siamo di già ragazzi senza passato.

Sperimentiamo un dolore inaudito perché Laio è tornato dopo averci già uccisi ed essersi già portato via il tempo che avevamo salvato nella rabbia con lui. È una vita immaginaria. Una immaginaria democrazia.

È la liturgia della democrazia immaginaria che dovremmo officiare. No.

Sappiamo bene che siamo soli al mondo. Che in cielo la attuale costellazione di poteri agisce influenze di delegittimazione di ogni individualità. La funzione del potere attacca ogni soggettività orgogliosa.

Sappiamo bene che essere soli al mondo significa che ognuno è solo. Sappiamo distinguere bene chi ci divide, per comandare…. da chi ci isola, per annullarci uno per uno.

Cosi ho provato ad alzare la voce nel fumo della nave che traversa gli oceani. Il rosso è l’utopia di fondo. Il nonluogo che non è lontano ma qui, sempre presente appena mi distraggo da questa notte.

La nave sul rosso l’ho disegnata per non morire di solitudine. I frammenti della voce amata il primo anno di vita negli sbuffi di fumo. Quel rosso è la mia felicità: l’amore nella voce, le vibrazioni del motore, la mano che disegna linee bianche.

Stati differenti di coscienza si succedono in mente. Il fumo che sale dalla nave è il discorso frammentario afinalistico  indispensabile per esercitare la resistenza alla logica che legittima il potere.

È un rifiuto generico e impacciato a tutti quelli che dicono di aumentare la mia libertà con l’occupazione di spazio: previa (ahimè!!!) eliminazione degli altri. Promesse, le chiamano.


...ciao !
nostalgie politiche

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