….niente

26 Settembre 2019 Lascia il tuo commento

Eccomi. Icona. Vessillo. Indimenticabile per questo presente. Asse cui il presente fa riferimento. Noi siamo i nostri pensieri. Non li pensiamo come oggetti. Ci traversano e ci fanno ombre più o meno inquiete.

O madre, madre, se sapessi che dolore! Non è quel mondo che mi cantavi tu: tu guarda fuori, tu guarda fuori sempre, e spera sempre di non vedermi mai; sarò quel figlio che ami veramente, soltanto e solo finché non mi vedrai.“(Celia de la Serna – Roberto Vecchioni)*

Fummo guardati e illuminati, per bene che sia andata, da occhi pieni d’amore.

Non siamo dunque ombre per interposizione all’amore di chi ci illumina migliori?

Interposizione all’infelicita è il niente delle mie ‘interpretazioni’ di trenta e più anni di rapporti aperti al pubblico.

Niente sono le parole che ti scrivo sopraffatto dalla tua presenza radiante.

Niente è l’ombra che sono nelle parole degli articoli. Parlare. Scrivere. Leggere.

Ma alla base l’ombra riflessa del primo giorno. Il soggetto è il corpo che riposò poi iniziò a gemere. Scriverle è inevitabile. Renderne conto è successivo. È la funzione mentale della nascita il pensiero non cosciente che ci attraversa sempre.

Traversato dalle tracce di tale memoria farnetico l’amore. Proietto la felicità e la verità nei tuoi felici impudichi sorrisi alla vita.

Se mi chiedono cosa faccio nella vita dico ‘niente’.

Niente perché l’ideale amore mi investe e fa la forma della mia esistenza come ombra sulla parete della grotta. Che è niente.

Tu mi fai vivere ma non posso disegnarti se non vivendo animato dall’ombra che divento per interpormi al sole bruciante della tua lontananza.

Il tempo, volevo raccontarti se fossi rimasta di più, ha la fisionomia dei rapporti che intratteniamo. E i rapporti non si ripetono. Ed è per questo che tutti diciamo che ‘il tempo non torna’.

Non è per la natura del tempo. Il tempo neanche esiste. Ma i rapporti si. Con natura di ombra, per pura sottrazione, i rapporti sono fisionomie potenti fatte di presenza e distacco, di carne lirica e dell’ombra quando il suono manca e l’aria muove il silenzio della figura sola che cammina o osserva quasi immobile.

Noi siamo, al meglio, se ci sia toccato un amore irriducibile, cioè riconducibile soltanto a quell’amore che è, la deposizione di noi che l’altro compie distogliendo da noi il suo sguardo.

Io mi sa che dovevo registrare, con il coraggio di un vessillo, nella frontiera periferica del campo dei nomadi, i segni di riferimento e di appartenenza a quel certo momento in cui si va. Per rendere possibile il ritorno.

Qualcuno deve farlo il lavoro di riferimento. Assumersi che sia facile tenere il segno del distacco. Perché non c’è mai tempo, perché non tornerà mai uguale la fisionomia di quel giorno.

Io tenevo la foto di quel momento.

Racconto perché la foto diventa immagine senza figura poi affetti poi parole senza immagine.

Ogni giorno che non tornerà io riconosco come tempo con quel preciso volto. Solo l’ombra resta. Ma io fingo che l’ombra abbia fisicità di corpo. Interpretazione. Trasformazione. Creazione.

Lavoro artistico. Interpretazione. Ricreazione. Presenza.

Dare conto dell’orrore, del disincanto, del cinismo, dell’ottusità per interposizione. Raccontare ciò che resta di noi quando ci si oppone. Niente. Il niente dell’ombra. 

Cosa hai fatto? Niente. Negli occhi si rifugia un disappunto. Tutto questo ‘aver chiaro’ è niente. Vivo l’urgenza di non gridare rimani. 

Poi dimentico. Fine del tempo. Essere sé.

(*)


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