nessuno può farci niente

28 Dicembre 2013 Lascia il tuo commento

sabato 28 dicembre 2013

Devo scrivere il lieto fine adesso. Per un giusto dato di fisica potrebbe essere appurato che la lieta conclusione sia già qui. Spazio e tempo insieme hanno una natura che non possiamo individuare. Nella mente si compongono a fare l’io, io credo. Ho disegnato la sfinge come donna che mi piacerebbe trovare spesso il giorno così disposta a muoversi leggera e sghemba. Le ho fatto una flessione del collo sul busto che indica una assenza totale di serietà, cioè una determinazione ad una costante possibilità d’essere un quesito. Per questo la sfinge, ma una sfinge non mitologica e non irripetibile, una vera domanda continua inquietante, che continuamente chiede ma che cambia ogni attimo le risposte al quesito.

Con una così non ci sarà mai più un Edipo trionfante di boria, perché si saprà subito che non c’è una ed una sola soluzione. Come era scritto? Già, era scritto, alla fine della pagina del libro di psicoanalisi o meglio, di teoria psicoanalitica: “Poi lui doveva uccidere il padre” e poi non aveva ucciso il padre, non era stato più necessario. Allora avevo capito che il discorso psicoanalitico nuovo non riguardava solo una certa teorizzazione sui modi dell’interpretazione, riguardava un modo differente di intendere la natura (la ‘nascita’) del pensiero. Non riguardava la storia ma la biologia. Non la scienza che il pensiero umano aveva definito originariamente “filosofia naturale”, ma la determinazione di una scienza più chiara e di una ulteriore scoperta sulla realtà fisica delle funzioni mentali.

Ecco non c’è sempre solo un destino. Poi lui non aveva ucciso il padre. Per una serie di pratiche sensibili e di scelte imprevedibili e non ortodosse, il contro transfert del medico era stato capace di deviare il ‘fato’. Si era trattato semplicemente, dico ora, di cultura coraggiosa, di una solitaria scelta: pericolosa, forse, per uno che avesse avuto un super-io appena un poco severo. Ma al medico in questione le cose non parevano così dissennate ed ebbe ragione infatti.

Ora: non ci sarà mai più Edipo alla fine della strada maestra. Non più un’unica possibilità. La sfinge non ha una sola domanda e non c’è una sola risposta. La donna avanza come sarebbe anche possibile. È un’ideale variabile per restare verosimile. Tale ideale plausibile pre-figura il lieto fine. Meglio: già lo è. Non fa da storia narrata, è prima delle presenti parole, è un disegno capitato al pomeriggio.

Cerco sempre le linee. I circuiti del piacere producono, alla visone della linea sottile, una certa quantità di dopamina: cosicché resto invischiato in un modo di pensare che mi farà finir male, cioè bene, dato che cercherò sempre più linee, e se allora riuscirò a mangiare e lavorare appena quello che mi serve per la vita fisica e il sostentamento delle persone che da me dipendono, resterà assicurato il tempo mio, la felicità segreta dentro le sbarre ritorte, le linee della prigione delle figure che spingono attorno il vento delle parole: la ‘grafia’ del pensiero.

Finirò per non fare altro che questa vita. Come Cezanne e come Manet. Nel giardino di ninfee. Edipo si è affogato nello stagno di un pittore impressionista ossessionato dai riflessi di fiori e cielo su acque ferme. Vedo documentari sulla vita -ricostruita postuma- di artisti barbuti grassi e dallo sguardo terribilmente dolce e spaurito. Costretti a fare il muso duro tra le braccia di donne imperative, corazzate per la dissuasione del genio. Barbe folte e lunghe, colline deludenti a vederle dal vero, colori sulla tela che assolvono dio per certi paesaggi che non avrebbero avuto nulla di strepitoso, non fosse stato per la cresima della vernice ad olio sparsa all’aria, che è la liturgia della trasformazione del corpo in lavoro e colori e, la notte, per ripicca, trasformazione di alimenti e bevande in veri e propri banchetti di pittori impressionisti a trangugiare il golem dei corpi delle modelle.

Finirò male cioè bene. Devo finire come loro. Da far pietà a disegnare linee. Nessuna figura. Nessuna compiacenza alla comprensione. Ho fatto abbastanza di logico e di logicamente criticabile sbagliato e condannabile. Adesso vado nella vita sospesa. Tra le braccia di ragazze sbadate e prive di senno. Con il tempo nel seno ricco di latte. Avvolto nelle nuvole di profumo. Una serie di giornate da far invidia. Non agli antipodi. La felicità nel giardino di casa. I mazzi di sorrisi sul pianerottolo. Venere porta i fiori. Stavolta è stato facile. Scrivo il lieto fine cioè che la felicità di adesso è permanente. Bisogna capire lo spazio-tempo della presente dimensione.

Esco con amici che non capiscono nulla di queste parole. Si ostinano di attribuire alle loro compagne e ai loro compagni la responsabilità delle incomprensioni d’amore. Dicono “È colpa sua io l’amo ma non me ne viene niente indietro e così” …. Ma non è quello il verso delle cose. Non vanno mai nella vita sospesa. Non vanno mai nel mondo oltre le figure. Non disegnano le linee. Non discutono tormentandosi le dita, allacciando e snodando le dita delle mani nella grafia della prigione cioè nel canto blues dei campo di cotone, discutono seri e corretti con mani pulite. Hanno i corpi tondi senza spigoli: differenti dalle mani degli artisti.

Ho amici pericolosi, che non accettano le linee avvolte ingarbugliate intricate dell’uomo di filo di ferro che io invece, appena me ne fu offerta l’occasione, feci subito entrare nella mia stanza avendone compreso l’imponente dolcezza. Avendo capito che era un uomo attorcigliato coi fili della pazienza dalla pazienza di un altro uomo che ne è l’autore, come si dice. Un uomo fatto di carne e sangue aveva creato un uomo fatto di fili di ferro dipanati e poi attorcigliati di nuovo ma in uno spazio angusto, quello spazio in cui l’immagine dell’artista voleva condensare il tempo che aveva visto nella crescita e nella maturazione della vigna che il filo di ferro teneva in filari paralleli ordinati.

Ho nella mia stanza un uomo di ferrea pazienza, di fili di tempo svolti nell’universo gravitazionale sotto forma di traiettorie di luce bruna. Ho il gigante dell’io, l’uomo ideale di spazio-tempo. Le dimensioni psichiche si vedono bene negli interstizi d’aria tra i fili avvolti. Si vede lo spazio curvato dalla massa del pensiero centrale che tiene la composizione scultorea. Si vede il nucleo nel quale tutto continuamente precipita, come anche noi sempre precipitiamo nel cono attraente della massa dei corpi chiari o neri delle donne che ci circondano e allora, al colmo della velocità delle nostre vite cadenti, ci pare di volare. Pensa te!

Avevo visto il gigante buono intrecciato da mani piangenti. Un uomo fatto di fili di ferro che erano certamente la forma ridente e irriverente dei capelli di Einstein. Avevo visto e sentito, nel freddo e nel caldo del vino freddo e del couscous gratuito bollente, il futuro già li. Avevo pensato che era un’opera d’arte. Adesso è nella stanza. Non che sia mia la scultura. Niente è mio di quello di cui colgo la bellezza. L’astratta essenza, che è la più potente sostanza delle cose, le libera dal possesso, le rende leggere imprendibili. Così più la guardo e più ondeggia e più mi prende in giro, sorride la statua di filo di ferro. È una figura buona la bella composizione artistica di Simone che Simone mi ha regalato. È uguale e diversa dalle donne imponenti dei pittori della Belle Epoque. Non è burbera e non dissuade la genialità.

Io mi faccio spesso la barba ed evito la grassezza. Per un fatto che deve essere in un certo modo la fisicità sulla quale si affondano le mani dei cercatori. Devono essere come le mani degli artisti e degli scultori soprattutto gli uomini e le donne che vogliono durare a cercare senza il peso dell’ottusità. Devono avere forme magre, sottili, con anelli, con segmenti visibili, con eleganti giunzioni da poter entrare nei guanti dei loro amanti, nei burattini delle loro storie. Devono essere artisti i cercatori, belli come mani brave e disponibili che ancheggiano in aria nei capelli di dio. Devono essere magri e forti capaci di muoversi -magari male- ma mai senza l’eleganza dello scarso ingombro. Come è necessario se si vuole far ridere e piangere.

Le persone che cercano dovranno diventare burattini che recitano l’invidia, il lupo, la rabbia, la delusione, la tristezza, la traversata del pacifico e dell’Atlantico, e, soprattutto, la bandiera sul polo magnetico dell’Antartide dove bisogna arrivare senza morire e senza restare statue. Io ho visto le mani dolci e tristi perché avevano disfatto la vigna allentando il ferro via delle fibre attorcigliate dei vitigni. Dove ferro e pianta entrano uno nell’altra. I chiodi nella carne. Edipo che si accieca perché ha ucciso il padre. E Gesù che viene inchiodato dalla logica del padre che lo sacrifica al male. Due miti. Meglio il primo o il secondo? Sempre di una irresolutezza della ragione si tratta. E poi è mitologia che si ripete. Liturgie. Non può essere.

Vado nella vita leggera. Dentro i ritornelli della musica popolare. Bisogna capire lo spazio tempo, la dimensione che si vive solo nell’io della mente. Lo spazio-tempo che è l’io. Che non sappiamo descriverci da noi. Eccoti che avanzi una ragazza per tutte a chiarire. “Guardami” dici come la modella di Matisse tutta nuda e lui così vecchio e curioso. Che fa le linee, una sola per tutta la figura. Maestri. Spazio-tempo dell’io. Linea intera continua che non finisce mai. Un trucco perché c’è il mondo della tela bianca. L’invenzione dei lingotti preziosi di grafite dentro il legno. Ancora legno e chiodi scuri per disegnare sulla carne del cielo di vernice e di colla impastate a fare lo strato su cui pitturare, dopo. Il trucco dell’amore per la carne bianca e il trucco della passione infinita per il tempo che è un desiderio impossibile a consumare. Se non sarai tu sarà un’altra, ogni altra forse. Non potrò mai smettere. Nessuno può farci niente.


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