L’origine materiale del pensiero alla base della proiezione ma anche dell’immagine

29 Marzo 2012 Lascia il tuo commento

 

L'immagine può contenere: tazza di caffè

Mi è sembrato che dicesse la parola “vieni” mentre entrava nella mia stanza. Ci sono stati dialoghi per abituarci a quell’ingresso incredibile e a tacere senza imbarazzo a proposito di tutto quello che si era verificato inaspettatamente in circa un decimo di secondo. Tutto quello che era accaduto era tutto. Non sarebbe potuto accadere niente altro per moltissimo tempo, per tutto il tempo in realtà. Un tempo di quantità estensiva tanto esagerata che potevamo dubitare che ci sarebbe bastato il nostro che restava, che si prevedeva di giorni camminate arresti e pistole puntate alla schiena nelle rapine che si sarebbero subite ogni momento, quando ci basta una ipotesi di amore assonnati e svestiti come si è, abbandonati in una economia libidica sottoproletaria che non si sa se abbiamo scelto, come si dice. Resta il fatto che una non dovrebbe poter dire “vieni” entrando, lei, nella tua stanza.

Ed è quasi assolutamente sicuro che potrebbe non aver pensato coscientemente di dirlo. Che se glielo andaste a chiedere lei stessa, lei per prima, direbbe che non l’ha mai detto né pensato. Ma alla ricerca non serve quella certamente spiacevole testimonianza. Dunque basta porre così la faccenda: lei potrebbe aver detto “permesso’ ma io aver sentito ‘”vieni”. La verità minima che ci serve è di certo che quello che avevo sentito non era una voce che diceva “vieni”. Non c’era stata la sensazione acustica di alcun suono, ma la verità più importante è che ugualmente si era formata nella mia mente l’idea della parola “vieni”. Come scrivendo non c’è il suono dei trattini sul foglio e non si sa forse quei trattini sono una idea anche loro, qualcosa di sconosciuto al pensiero razionale, prima di essere pronunciati, cioè fino a che restano lì come una passione trascurata. Non sono altro che un pensiero senza alcuna necessità, nell’area tra la formazione dell’idea e la scrittura.

Poi sono suoni: anche la scrittura lo è perché per essere compresa la scrittura ha bisogno che siano salve anche le aree cerebrali della pronuncia. Bisogna potersi immedesimare, c’è necessità di simpatia e di compassione per la lettura dell’animo. Bisogna essere certi che noi sottoscriveremmo i giuramenti scientifici di un altro per avere la conoscenza. Così non fu necessario chiederle se avesse veramente scritto lei la parola vieni sulla soglia: come da allora si può osservare entrando nella mia stanza. È una cosa che non saprò mai. Però se è stato possibile per ognuno di noi tornare là è perché non si voleva liberarci di quell’ignoranza. Perché non si voleva distruggere la ricerca. Se è vero che per poter cantare ci basta -forse- pensare coscientemente all’azione corrispondente…. si sa che per la comprensione del canto di un usignolo e delle parole sui fogli della corrispondenza si deve poter immaginare che sia la nostra stessa voce a cantare e che a scrivere sia stata la nostra mano.

Immaginare di essere all’altezza della altrui bellezza innegabile ha un fondamento di fisiologia nella biologia cerebrale, cioè nella origine materiale del pensiero. L’origine materiale del pensiero ci piena di mistero sulla potenza decisionale della ragione. L’immagine è a causa dell’origine materiale del pensiero. La coscienza che fa la ricerca sulla vita mentale chiama (nomina) capacità di immaginare la qualità specifica della sanità psichica umana, e definisce immagine l’azione corrispondente. La coscienza ha la figura. L’intelligenza della conoscenza ha le parole che sono immagine inconscia non onirica fino a che non vengano tracciate sul foglio: perché una volta che sono scritte sul foglio tutte le nostre parole, proprio tutte nessuna esclusa, sono la sua stessa voce che canta.

Poi viene la scienza e il discorso teorico. Ma senza il primo anno di vita, secondo una logica rigorosa, dovrebbe esserne impossibile la comprensione. È qui che si pone il fondamento della scoperta della nascita umana. Pensai che forse me lo ero soltanto immaginato che entrando nella mia stanza lei mi avesse invitato presso di sé. Pensai che la scoperta scientifica sulla vitalità della biologia del neonato alla conclusione del parto fosse un invito. Una lettera d’amore di cui ero il destinatario. L’unico destinatario, nei giorni in cui cercavo un piano stabile di legno o metallo per appoggiare il libro e le palme aperte sul libro aperto per sentire la mia stessa voce che giurava, leggendo in silenzio: “capisco“.

Non saprò mai se è vero che ho capito. Non ho il tempo. Però ho tutti questi rapporti. Che sono fondamenti della ricerca. Forse quello che chiamo tempo è l’energia dell’interesse nella materia composta dei lori corpi seduti di fronte a me. Ogni settimana da trent’anni o poco meno.


La conoscenza attraverso lo studio infinito di una SCIENZA racchiusa in una TEORIA
Fondamenti numero due: la donna che canta

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