l’impazienza improvvida della tigre

19 Ottobre 2020 Lascia il tuo commento

Non mangiare non bere non respirare non pensare non guardare e al contrario lasciarsi respirare lasciarsi bere e mangiare. Lasciarsi letteralmente fare a piccoli pezzi dalla loro curiosità morbosa non pensare niente non fare si che qualcosa possa essere intuito della felicità. Costruire metropoli nelle quali attrarli poi attendere che si perdano nei bar dei quartieri notturni del sogno in esasperanti discussioni su tutto quanto non è più luce del giorno o vita praticabile.


Intanto che dettavo ai presenti, curiosi del perdurare imprevisto della mia solitudine, il decreto che era stato appena approvato, andava in vigore in cuor mio l’idea di te che mi avresti aspettato al bar la mattina presto tra la gente che sembra sempre non far caso a niente e invece sa tutto e ha già fatto a pezzi, con curiosità morbosa, e bevuto e succhiato e respirato e rubato l’acqua e i salmoni guizzanti e i sorrisi che risalgono le rapide ai fianchi dell’altopiano rotondo del tavolino.

 

Le tazze di smalto bianco tiepide di caffè fumano vibrando al brusio fragoroso degli avventori in pieno risveglio. Una colonna sonora che si genera in brusio e sbatte contro la volta del portico e ricade.

 

Nel mezzo di quelle voci, che si rompono e vengono giù disarmoniche e svuotate di ogni grazia, tu mi confessi tutto ieri. Sei, volta a volta, febbrile o imbronciata: secondo che t’abbiano – o no – amata a dovere.

 

È la comunione di ogni mattina alla cattedrale del bar. Il rito dei fuochi. La fiamma della tua figura incendia i miei panni di ieri stropicciati dalla tua assenza. Torace-e-braccia-serpenti guizzano all’ombra/medica fresca di bucato dei tuoi sguardi curiosi.

 

Alla muta dei miei umori cade a terra la mia vecchia pelle. Se la mangia la femmina della tigre  che non ci si toglie un grammo di fame. Distratta  da un pasto migliore a causa della sua furia proverbiale. 

 

Ti ascolto, muta, gioire. 


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fuochi oltre confine
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