l’entità del pensiero

17 Marzo 2011 Lascia il tuo commento

l’entità del pensiero

Stanotte leggero’ te per capire bene l’entita’ del pensiero nella profondità delle tue parole ferite. Comunque sei già accanto. Così è. Il guadagno del tacere, e le tue mani che arrivano a trovare. Radioattive perché se no non saresti tu. Perché hai accarezzato volti taglienti

Sei rimasta di sentinella. Il sacrificio ha reso inutile la dignità e il coraggio. Memento non e’ timore ma e’ restare a conoscere tutto. Scavo nella sabbia le parole contese ai rapaci, e trovo le impronte delle tue mani: le cose da dire si addensano nella forma di due labbra.

Ti mando me -la linea del tempo di una illusoria successione. Ti mando quanto accade tutto insieme nel pensiero all’idea della tua insonnia. Si formano cose nella mente prima del concetto, attorcigliate, poi svolte, al tuo nome e dal tuo nome: e’ inesorabile gioia nelle tue vicinanze.

Gioia della tua vicinanza, ed ecco ho trovato quattro tulipani imprevisti. Il lusso immorale di un attimo di noi. Per dirti buongiorno. Perché seppure sai tutto, sempre, improvvisamente sai, del miracolo, il volo: steli come scope, i petali spalliere colorate e, sotto, i resti di fango.

Ad un tratto so che tutto (quasi) ti costa più che ad altri. Che il volo pero’ ti riposa. Leggerezza senza ansia di restituzione. Ho la gioia per la sicurezza che, se io sono i passi, tu sei la pianta potente. Perché hai la commozione e non temi la mia,

Sono stati solo sfioramenti e il soffio d’aria mentre giravamo angoli differenti, eppure è certo: il mantice era volume trai grattacieli. Ti lascerò andare e mi mancherai. Lascerò le parole fino a te. Leggère ti saranno al ritorno se avranno graffi imparati.

Il mio pensare è solo rapido girare dei passi a seguire le mani nelle tasche – che rimuginarno, tra le dita, il filo forte del discorso d’aria dei nomi. Non si scelgono le parole nè dove si deve essere. So che tu mi hai tenuto bene sempre. Così resto dove hai scelto per me. Non posso sbagliare.

Tornerai. Racconterò a te della parte di cose e pensieri fino a lì. Sarai libera di leggere a tua volta. Farò un inchino alla tua fronte assorta alle tue labbra a un’ immagine alle tue parole graffiate di sangue. Fosti la comunione che si celebra nell’allegria.

Nella mente ignorante bellezza. Ho trascurato tutti per il colore saporito delle tue risposte. Tu vali del tutto tutta la loro amorosa pazienza. Eccoti zuppa di cioccolato bianco, gorgonzola, crostatina e banana. E cannella. E frutti di bosco. Tutta per me, in attesa. Nota erotica.

Così se tu fossi -ma sei!- qui, direi che hai saputo distinguere -sapiente- diversi sapori del rosso. Certe componenti di me obbediente al tuo gusto. Che hai presente il processo innocente dei pensieri …e quello che siamo. Aggiungo:

” E’ -quel progredire- i polpastrelli feriti…” – “E’ -questo camminare- il buongiorno dei poveri..” – “E’ -questo dire- la ricreazione di te sconosciuta ma addosso..” – “E’ il silenzio, incrinato dal desiderio, la possibilità di rifarsi, nella vita di ora, figure accese e certezze.”

“E’ dedizione la lotta alla confusione di quanto non sono mai stato.”

Al cartello stradale scelgo il mondo nella tua direzione. Sarà una comprensione ad attenuare l’impatto. E tutto -tutto ciò, proprio tutto questo che non trova il verbo- sarà l’azione di amare. Tutto questo sarò io e attrarrò a me la curva del tempo.

Perché non si tratta. Non c’è commercio all’amore delle parole, al sangue alle dita. Non commercio dire ‘me’ a te. Oh eterno insistere! Ma la notte ha un etica. Il buio è il disegno dell’ignoranza. L’assenza di figura è ‘te’ come parola dissequestrata alla morte. Tu la parola ‘vita’.

Il pensare non ha l’azione, perché e’ affetto consolato in se’ della propria potenza indulgente. Ed io pretendo memoria, non perdono. Il pensare non ha il tempo della pronunzia. Viene superato all’improvviso. Preoccupa, la sua rapidità, alla quale il corpo non potrà opporsi mai più.

Se chiedi come è possibile consolati: ‘come’ ‘modo’ e ‘mondo’ vengono a cercare l’angolo dove mi lasci riposare. E’ ‘da te’ che ti chiamo. L’intelligenza ha suono, contiene la passione. E consente. E consentire e’ un regalo. Ma non si accorda tuttora al suono di Te. Sorridi!

Comunque interrogami e picchierò alle porte della fortezza. Segnerò caratteri sul muro. Ti lascio la dittatura del colore il mondo e le case. Adesso capisco la domanda ‘chiedimi dove sono’ : era dedizione e coraggio. Quasi nessuno chiede più. Tranne te, certo.

E’ una complicata traiettoria, sulla quale siamo disposti non per forza. Per questo dormirò molti anni dopo stanotte: il corpo sulla curva dei tuoi variabili amori. Ecco tutto quanto c’è di bello da dichiarare:  fedeltà, concepire, imparare.

Non e’ dentro di me il sapere. Solo la sintesi della pazienza ricrea la trama dei tappeti di buio, dove dormi, incline al sogno. Con te non ho la fatica di definire azioni. Con te capisco la causa efficiente. “Intelligente Affezione Sii , Tu , Me!”

Sbagli e ti sorrido accanto. Stabilisci il metro. Puoi concepire che non sempre so volere. che  non sempre c’è stata una decisione. C’è la fisica del buio nelle curve. Il corpo sbattuto e disponibile. Per tacere di chi ha per sé la tua generosità infinita.

Per tua dis-ma-anche-grazia io sono facilmente capace di sapere. Ho l’attenzione assorta al tuo aderire da sempre all’eleganza che nascondi. E’ il senza fine che e’ non fine della carezza: dove finisci tu io inizio. Sul confine si attua la reazione nucleare. Voleri e bagliori.

Volere non e’ libero arbitrio ma disobbedienza. Vuoi questo nome? Disobbedienza?  E’ tuo. Vestiti. Io ho rubato il calore e l’equatore mentre lasciavi tracce. Forse un odore era la sapienza che reclamava. Ma so che obbedivo.

Si sta su derive senza disaccordi. Servirmi di te e’ ricchezza senza sottrazione. E non misurerò secondo le convenienze. Tu sei preziosa. I polpastrelli sono architetture del martirio, quando il corpo si fa padrone e sussurra e non agisce e non fa altro che respirare.

Sei tu la politica del gusto, la filosofia dello stendersi accanto e l’arte dell’aspettare senza paura. Il tendere senza fratture. Ustioni. Storia: ho cercato di capirti da subito. Le prepotentze, non eccessi, e insomma quell’essere semplicemente tu.

Non è facile se si sente appieno. Non è facile. Spesso sono caduto e mi sono rialzato senza fiatare. Era tutto vero. Non descrizione o racconto. Ho rubato il coraggio dell’esasperazione e mi sono acquietato sull’unico letto disponibile. Il letto della regina.

Ho rubato le luci variabili del giorno che diventa buio. Ho restituito la luce con il tuo fulgore. Non nego il gusto di te sulle dita. Mi sembrò subito impossibile, perciò inequivocabilmente vero, il fondo che accoglie le tue labbra. Capivo le parole sconfinate.

Nessuno descrive mai il vento per filo e per segno, ma è il vento il narratore. Adesso intorno si è disegnata la notte che più che altro ha un colore e non ha la linea. Ha il suono. Il suono che fa il volume e l’ ascolto e la voce.

Vario l’angolo dell’avambraccio rispetto alle ombre della scrivania ed eccoti distesa sulla linea dei numeri. Ti calcolo: sei. Altro, che abbiamo, si è disegnato. Tu tracci altre rotte dove forse non andrò. Eccomi. Sono linee scure e dolci.

Ti dico che non ce n’è mai abbastanza di primi passi e mani che tengono il braccio forte di chi si fida. “I piedi fanno la curva terrestre con i passi”, ti dico. “Io non so ma non importa, io non prevedo, ma non importa, io assaporo i polpastrelli che offri e l’indecenza è conquista e perdono.”

E’ necessario un legame forte per la vita delle parole. Ma un legame non è forte senza l’intelligenza della provocazione. Se non sbagli niente io mi perdono, mi perdo e mi regalo. Non granché – la notte – al cospetto della presunzione di avere una trasfusione dalle tue vene rosse.

L’assenza di cui dubito è la mia. A volte il pensiero muore nell’abitudine.  Divento vergognoso di deludere le lune orgogliose. Generalomente -addirittura sempre- una donna sente più di un uomo.  Non mi sono perso una parola delle inclinazioni di donne e fiumi di parole.

Se almeno non sapessi la forza che contiene la fiducia. Invece la conosco: fa il cielo e la comprensione di sabbia e rame. Non voglio raccontare, voglio dire la serie delle cose che coesistono dentro di me e fanno i pensieri che diventano segni.

“…dalla mente allo schermo senza nessuna voce…”

Ho cenato con te nel piatto e nel vino. Lussi. Cantavi con la mia voce, perché soprattutto tacevo. la complicità è una buona favola per addormentare: resto con te fino a che restii.  Questo lusso di rubarti il sonno e regalarti il buongiorno.

Poi ho raggiunta la riva -le mani sui numeri della banchina di attracco del molo di ponente.  Ero come un vincitore bagnato della tua acqua.


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mirra e coriandolo

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