le radici della luce al centro della notte

17 Dicembre 2019 Lascia il tuo commento

L’immagine sopra è di Ketty La Rocca (La Spezia 1938 – Firenze 1976), titolo: “Appendice per una supplica” [1971], cm. 31×17, con ritratto fotografico della mano dell’artista, titoli a stampa e riproduzione dell’autografo.

(…per aver guardato insieme, e per il caffè giusto per scaldarci lo stomaco… e i sorrisi giusto per affrontare il giorno.. e una linea che si sviluppa dal rosso al blu e inclina all’ignoto, ti scrivo…)

>La tua ‘assenza’ di ‘ieri’ mi ha fatto capire che anche nel mio non-essere del senza di te si salvava un’immagine viva, una forma primitiva di umanità.

Nei nuclei della base encefalica avevo scorte. Ho trovato riserve di noci per l’inverno, per la sopravvivenza di questa passione vivace e fuggente di scoiattolo, serbate nella quercia al centro del parco, al centro della città, al centro del mondo.

“….è il sonno, “

mi dicevo…

“… e non il sogno, la forma di noi due, generosa di donazioni e avida di durate, che proclama ‘ti amo’. Un ‘ti amo’ che è scampato, ed è tornato, con la ferocia di incidere la superficie della noce grande del pensiero ragionevole, che è la scorza a protezione del rosso…”

e:

“…’amore’ è la parola che indica la brace rovente. La miniera di calorie vegetali, quelle riserve di frutti secchi e bacche disidratate nel cavo dell’albero, combustibile per limitare la tendenza delinquenziale, che ho, di far sparire -per stupidità invidia e diffidenza- la realtà del tuo amore per me…”

poi la mano stracciava il nero e scriveva:

“…. la brace giù nel buio è un roditore intelligente che incide, alacre e inesorabile, la mia patologia: e arresta l’avanzata del buio. Al centro della notte la funzione del sonno ha un bagliore. Che blocca l’incremento del nero e manda infrasuoni di una risalita.”

mi pareva di capire che:

“…. in quel momento della notte la funzione del sonno cambia, e la biologia comincia a correre verso l’alba. Pur senza intervento di sogni improbabili, sono evenienze, come fotoni isolati e poi più numerosi. Atomi e poi molecole. Forse dischi di pane. Prefigurazioni e presagi: atteggiamenti come disserrare una mano, scivolarti addosso, ruotare nel letto, maleducatamente ridere forte nel silenzio. Figure luccicanti di aurora che mi salvano prima che io faccia il nulla.”

sicché:

“…..a metà della notte il corpo muto compie una rivoluzione e arresta l’operazione che causerebbe la pazzia.  La pazzia non riesce. Il nero notturno diventa una malattia buona. Il silenzio è la mollica lattescente di un pane che sa guarire….”

E in mezzo a questo giorno, che è sbarcato oggi ai miei piedi, ti cerco e ti trovo nella collezione delle opere umane. Tra una chiesa romanica e un pavimento di pietre grigie. Pietre che hanno visto e sopportato. E studio, per amore. Amore mio. Sai che metà, o quasi tutto, di quello che noi vediamo, che amiamo, che ci aiuta a portare i pensieri nascosti alle mani che intrecci alle mie al tavolino, alle lievi pieghe dei tuoi sorrisi, e alle parole che ti racconto (che tu ascolti sognando di non dover studiare per averle sempre con te) ….. sai che il mondo noi lo riceviamo quasi solo dall’alto perché dall’alto cade la luce? Sai amore che il mondo ci è donato? Sapevi che è verticale l’amore?

Solo noi, tra tutte le altre specie, abbiamo quella postura orgogliosa e trepidante al sole. Quella inclinazione ad essere ‘umani’ che è di camminare opponendoci alla gravità dei nostri stessi corpi fisici, mentre ci si allinea alla cascata di un mare di luce e infine, così arrampicati in parete, si scagliano parole e sguardi come frecce sfolgorati: che, ahimè, spariscono immediatamente nell’oceano delle onde elettromagnetiche che ci bagna.

Chi ama dunque deve farsi scienziato, avere la capacità di rivelarci, se ci perdiamo, l’esistenza della realtà che noi siamo ogni momento. Una realtà che non ha la materia di una cosa. Che tuttavia è: fugace e inestimabile.<


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