la rivelatrice ha avuto un invito a cena dove è stata fecondata e ora ha un figlio

18 Settembre 2020 Lascia il tuo commento

(Questo figlio. Neonato da dargli il nome. Non pensato prima. Mai pensato un figlio a questo punto della ‘carriera’ di rivelatrice.)

 

(Rivelo, io. Giorni e giorni passati a svelare da poche parole quanto si poteva desumere anche da soli dai miei clienti se… ma lasciamo stare.)

 

(Questo figlio dicevamo. Che dovrà ricevere il nome adatto. Un nome che rivelerà la mia disposizione al suo arrivo.)

 

(Aggiungiamo che io -femmina nell’intrico di grandi e piccole, mai meschine, rivelazioni- per professione devo saper operare de-nominazioni.)

 

(Non battesimi: perché non c’è santificazione né regalo nel chiamare a mezza voce le cose per quello che sono.)

 

(Eccomi qua. Di fronte al mio capolavoro perplesso. Conto. Meccanicamente. I numeri compongono una data cifra. Io rivelo. Svelo muovendomi come sanno fare -tutte, senza eccezioni- le ragazze di vita.)

 

“Ehi, ragazzino. La prima cosa ora che ti giri da questa parte è che rido, ottusa, e poi esplodo in pianti gorgoglianti. Svelo la mia tristezza inarrestabile per aver saputo assai presto.”

 

“Caro figlio.”

 

(I miei clienti temono la tristezza e finiscono per odiare. Più efficace. Ma perdono la voglia. Di inventarsi nomi per quello che ancora non compare.)

 

(Me, il conio delle monete, mi suona in testa prima che sia fondato l’impero da scambiarci il valore in fiorini. Il cui rosso dorato al fuoco è di già un invito. Io dico.)

 

“Caro bimbo. Ti aspettavo. Noi due, ragazzino, sapevamo. Io dalle anse del mio non essere che sono pescose e mi ci sfamo. Tu dalle stanze d’aria della mia pretesa di restare viva sempre.“

 

“Ti dico la favola subito. Prima del nome che traversa e taglia. Che mi cucirà a te per sempre”.

 

“C’era una volta il sorriso del mio amore di fronte a me pochi giorni fa cioè l’avorio luminoso che prelude. È tuo padre. Lui. Mi invitò a cena. E non svelò che sé. Di me non volle pretendere di sapere. Si denudava di fronte a me a piccoli morsi. Venne su il seme. Era preludio di te. Io accolsi svagata. Non c’è niente che potevo fare: so, in genere, come muovermi di fronte al desiderio ma mi sfugge cosa potessi fare avvolta dalla sua visione di me. Mi spingeva nel futuro della mia genialità.”

 

“Capisci?”

 

“Insomma c’ero io a quella cena, con le migliaia di giorni passati a svelare da poche parole, e c’era lui, che mi costringeva alla rivelazione incarnata e mi faceva ammettere di saper di te. Di aver sempre saputo di noi tre. ‘Il rosso lo si sa o non lo si sa’ sussurrava insistente.”

 

(Fine della favola.)

 

(Io fino a lui ho rivelato quanto mi era chiaro e perché lo vedevo bene che non c’era niente da rivelare c’era solo di trovare il coraggio dell’esclusione conseguente. Svelavo dicendo, insieme, che si sarebbe dovuto desumere dai miei clienti medesimi, senza il mio aiuto, quello che scaturiva, se non avessero scelto di morire troppo presto… e invece non si poteva perché arrivavano morti…. ma lasciamo perdere.)

 

(È che lui non mi ha parlato d’altro che di sé di quanto gli accade quando mi vede e mi ha fatto incarnare quella sua visione e non si può descrivere che sia incarnare l’amore dell’altro per noi.)

 

(Dunque davvero meglio che lasciamo stare. I limiti vergognosi della mia professione piegata da pretese di conformità tecniche fino a lui comunque scomparvero cioè dileguarono nel cenare con lui.)

 

“Ridiamo, ragazzino, di quanto mi ha rivelato della mia cretineria!”

 

“Sai! Lui non ha avuto terrore che a farmi bella mi stava perdendo. Spingeva. Spingeva. Mai stato così persuasivo un dibattito amoroso.”

 

“Oh figlio. Ciao stupore. Venuto ultimo alla luce, capisci!”

 

(Guarda un po’- mi dico – una rivelazione m’è stata aggiunta al ruolino di carriera. Questa carne tiepida che evoca un tempestivo svelamento che lo ammanta di veli acconci di tepore.)

 

“Spingeva. Spingeva. Quei sorrisi muti. Non ho saputo resistere. Il tepore m’ha presa. Mentre si scioglieva da me io dissi sei il mio mondo. Nella frase d’amore che mi veniva imposto avevo trovato il tuo nome.”

 

“Ascolta. Ascolta me mio mondo. Mondo ti chiamo. L’ho trovato il tuo nome.


“Mondo, ti chiami.”

 

“Mi si rivela che Mondo è l’universo di stamattina che si ritrae nel suono che per sempre ti farà voltare a chi saprà volerti accanto.”

 

(Niente più da rivelare.)


“Se non che ‘pensa il rosso per un minuto intero’ ti dissi ieri sera. E rivelavo a me stessa chi di già eri in me.”


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