la mia nuova kippah

19 Maggio 2020 Lascia il tuo commento

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la mia nuova kippah

(collezione privata)

Non so perché proprio adesso l’ho ordinata (al negozio israeliano). Forse perché so che non sarà semplice farla accettare. Una kippah deve guadagnare consenso giorno dopo giorno. Perché qualifica differente dagli altri chi la indossa.

È un urlo che dice ‘voglio tornare ad una condizione primaria, a un antico sistema d’essere. Voglio appartenere ad un’epoca radicale. Non voglio più aspettare un dio che arrivi. Non importa. Che non venga mai più… se così dev’essere’.

Un dio, d’altra parte, non promette. Semmai è. Ed È (maiuscolo). Egli È com’è chi non va via. È e resta nella propria pre-esistenza: come una reggia di montagna che guarda la vallata e non impone d’essere creduta e domina.

Metto dunque la mia nuova kippah. Guardami con il vertice del cranio coperto di questa (su di me) ridicola fascinazione. La kippah mi sta addosso con le sembianze d’un tragicomico orpello. Come la ben nota febbricola virale.

Disperazione dei potenti e degli scienziati la febbre – continua, remittente, intermittente – impedisce le previsioni perché non mostra strategie che possano validare una statistica.

Con il mio nuovo copricapo in equilibrio incerto sul cucuzzolo, mi fingo ciò che sono. Distraggo i curiosi dall’invidia. Acquisisco l’aria fatidica di uno colpito dal fulmine degli anni.

Proteggo le rughe di espressione, altrimenti segni trasparenti di un amore ricambiato. Certo: l’amore verrà tollerato in un cranio che sotto il copricapo nuovo sembrerà aver generato una serie fatale di errori di giudizio.

La kippah esprime il dato clinico d’un iniziale fenomeno di deragliamento. Che, poi, a qualsiasi punto della vita, è deragliamento la certezza d’amore.

Amore che, a sua volta, è un evento strano al suo sorgere. Certificato: come contenesse, da tempo immemorabile, la propria conclusione. 


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