la distanza tra Roma e Algeri

1 Ottobre 2013 Lascia il tuo commento

Pontecorvo “La battaglia di Algeri” 1966

Rossellini “Roma, città aperta” 1945

Non so perché il benessere perdurante e la gradevolezza del pensiero portino ribellione come sapienza, rivolta come possibilità, rivoluzione come sanità mentale. Sono “Roma città aperta” e “La battaglia di Algeri”. La differenza tra un maestro e un genio. Forme di rappresentazione. Storie di differenti popoli. Forse Anna Magnani era inciampata. La scena venne accettata perfetta insieme all’esplosione dei colpi dei soldati. Trasformismo e opportunismo se non era nella mente del regista quel preciso cadere rovinoso del corpo. La tragedia acquista una forza che va oltre l’immaginazione del clown. Non era clownesca la caduta della nostra nazione già allora.  Eravamo noi adesso prefigurati nella sua (nostra) disperata rincorsa a causa di una perdita o di un tradimento o di una trascuratezza?

Racconta Pontecorvo che la vicenda di realizzare “Battaglia di Algeri” iniziò e subito ancorò la propria consistenza stilistica e addirittura di fotografia con la scelta di una certa versione della storia: la posizione della Francia fu quella di paese occupante. L’esercito francese è esercito di occupazione dell’Algeria. La presa di posizione corrisponde ad una immagine che poi guida le inquadrature della macchina da presa sulle vicende determinate dalla rivolta per la quale si ha una comprensione. Pare che invece cinque o sei volte egli decise di cambiare interamente la modalità della conclusione del film. Si doveva rappresentare nei movimenti collettivi del popolo contro l’esercito l’idea di una lotta che non si sarebbe conclusa fino alla riuscita. Egli scelse alla fine il canto tribale e dolce di una donna. Al perdurare della resistenza conferì il suono modulato delle grida di protesta e richiamo femminili e una figura di ragazza che agita uno straccio chiaro pretesto di bandiera. Il panno è segno di un amore per la lotta che nel bianco e nero della pellicola non qualifica altro che l’essenziale. la resistenza contro l’oppressione è legata al ritrovamento di un movimento altrettanto inarrestabile del pensiero.

Pontecorvo ha in sé l’idea di un differente pensiero da quello neorealista di Rossellini. Cittadino di una nazione tutta esattezza e rigore stilistico mi conforta in questi tempi. Dovessi scegliere un pedagogo ai miei ultimi figli, ai figli ritrovati che mi hanno ritrovato e tolto dalle ortiche della dimenticanza trascurata e scrivono sempre, dovessi scegliere come faccio fantasiosamente talvolta, è a un uomo di quel tipo che affiderei i necessari racconti. Le indispensabili inquadrature. Cerco oramai quella femminilità che è, come suggerito, un modo differente di essere uomini. Una femminilità differente anche per le ragazze, cerco. Pontecorvo avanza e grida con la propria bandiera. Ha tra le dita solo uno straccio di ragione. Ha la certezza del genio e non chiede. Il perdono estremo non gli appartiene. La lotta sembra finita nei calcinacci delle esplosioni dei nascondigli dei capi della ribellione. Ma essi sono capi transitori investiti di un potere leggero come una tunica di seta. La donna nella medesima seta ha la potenza di avanzare e riproporre l’avanzare medesimo. Sparisce va avanti è respinta sparisce ancora nelle sconfitte inevitabili, ricompare correndo e ridendo va avanti ed è ancora respinta dai gendarmi. Sparisce indietro ricacciata temporaneamente chissà dove. Torna ricomparendo dalla sinistra dello schermo. Fantasia Di Sparizione, avrebbe gridato un genio di grande levatura nello stesso 1965 o giù di lì.

I velluti della sala diventano pareti bianche di un interrogatorio cui ora potremo forse resistere. I soldati respingono la ragazza. Ci respingono. Come sempre. E lei torna ancora. Torniamo dunque al centro del vissuto. Avanza cacciandoli al loro posto. Avanziamo perché ‘siamo‘ letteralmente ‘lei‘. E avanzando respiriamo alla destra dello schermo. Respiriamo sospinti avanti fuori dello schermo. E’ quella la libertà? Lo sparire e ricomparire senza mai essere ‘nulla‘? Il pessimismo di Camus senza il nihilismo di Sartre. L’intelligenza che coglie la difficoltà e ci fa tristi per la conoscenza della necessità di dover resistere all’idealismo che toglie ai nostri oppositori il dolore del tempo e li rende cinici. Essi sono stati e sono ancora, ai miei occhi, tutti tra le file di intellettuali e sacerdoti. Chissà perché…

Chissà perché io debba aggiungere sulle pagine l’inutile amore. La passione per le cose sempre uguali. Ugualmente impossibili. Che Pontecorvo è un genio e Rossellini un maestro. Mi viene da pensare che il neorealismo nato con Rossellini in quel film del 1954 conteneva il destino di una donna che muore e poi viene lasciata tra le braccia di un sacerdote (ma ai miei occhi vale anche tra le braccia di un intellettuale) che ne raccolsero lo ‘spirito’. Ho diversa simpatia per Pontecorvo che mi appare riservare alla donna altra azione scenica e forse anche altra posizione nel proprio mondo intimo. Di certo io non faccio alcuna fatica a trovare in quello scontro della donna algerina coi soldati la mia vicenda di uomo che a volte è quella donna ma purtroppo altre volte è quest’uomo che non capisce e cerca di ricacciare indietro quella bellezza incomprensibile. Forse scrivo per manifestare e non nascondere. Per la necessità di non tacere i passi incerti di una ricerca della sanità attraverso il lavoro di resistenza e riproposizione.


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