la carrozza di cenerentola

29 Maggio 2012 Lascia il tuo commento

 

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Ho copiato doverosamente e diligentemente queste parole.

” Tra tutte le cose che poteva fare Napoleone: svernare a Mosca, andare verso Pietroburgo, andare verso Misminvgorod, andare indietro, più a nord o più a sud, per quella strada che prese poi Kotuzov, o scegliere un’altra ipotesi qualsivoglia, non era possibile immaginare nulla di più stolto o di più dannoso di ciò che fece Napoleone, cioè restare fino ad ottobre a Mosca, permettendo alle truppe di saccheggiare la città. Il geniale Napoleone lo fece, ma dire che Napoleone rovinò il suo esercito perché lo volle rovinare o perché era molto stupido, sarebbe altrettanto ingiusto quanto dire che Napoleone condusse le sue truppe a Mosca perché volle farlo e perché era molto intelligente e geniale. Nell’uno e nell’altro caso la sua attività personale, che non aveva maggior forza dell’attività personale di ciascun soldato coincideva soltanto con quelle leggi secondo le quali l’evento si compiva. Falsamente gli storici ci rappresentano le forze di Napoleone come indebolitesi a Mosca. Egli, tal quale come prima e come dopo, nel 1813, adoperava tutte le sue capacità e tutte le sue forze a fare il meglio per sé e per le sue truppe. L’attività di Napoleone in quel tempo, non fu meno prodigiosa che in Egitto, in Italia, in Austria e in Prussia. Noi non sappiamo con certezza quanto fosse effettiva la genialità di Napoleone in Egitto, dove quaranta secoli guardavano la sua grandezza, perché tutte quelle grandi gesta ci son descritte soltanto da francesi. Noi, grazie a dio, non abbiamo nessun motivo di riconoscere la sua genialità per nascondere le nostre vergogne. Noi abbiamo pagato per avere il diritto di guardare le cose in faccia e con semplicità e non rinunciamo a questo diritto. Per rialzare lo spirito delle truppe e del popolo si facevano continuamente riviste e si distribuivano ricompense. L’imperatore passeggiava a cavallo per le strade e confortava gli abitanti, e malgrado tutte le preoccupazioni degli affari di stato egli stesso frequentava i teatri istituiti per ordine suo. Anche riguardo alla beneficenza, la virtù migliore dei sovrani, Napoleone fece tutto ciò che dipendeva da lui. Sugli istituti fece scrivere “Maison de ma Mère” unendo con questo atto il tenero sentimento filiale alla grandezza della virtù del monarca. Visitò la casa dei trovatelli, e dando a baciare le sue mani bianche agli orfani da lui salvati, fece distribuire la paga alle sue truppe in denari russi falsi, fatti fabbricare da lui. In quanto alla disciplina dell’esercito, si emanavano continuamente ordini perché fossero severamente punite le inadempienze agli obblighi militari e perché si mettesse fine al saccheggio. Ma, fatto strano, tutte queste disposizioni, tutte queste cure e questi progetti che certo non erano peggiori di altri messi fuori in circostanze simili, non toccavano l’essenza delle cose, ma, come le sfere di un quadrante d’orologio separate dal meccanismo, giravano arbitrariamente e inutilmente senza ingranarsi con le ruote. Questo esercito francese, calpestando come un gregge senza sorveglianza il cibo che avrebbe potuto salvarlo dalla morte per fame, si sfasciava e si rovinava maggiormente ogni giorno di più che passava a Mosca. Ma non si muoveva. Si mise a fuggire soltanto quando fu preso dal timor panico prodotto dalla cattura di convogli sulla strada di Smolensk e dalla battaglia di Tarutino. Questa medesima notizia della battaglia di Tarutino, ricevuta inaspettatamente da Napoleone ad una rivista, risvegliò in lui il desiderio di punire i Russi ed egli diede l’ordine di partenza che tutto l’esercito chiedeva. (….) . La situazione di tutto l’esercito era simile alla situazione di un animale ferito, che si sente perduto e non sa che cosa fa. Studiare le abili manovre di Napoleone e gli scopi suoi e di tutto l’esercito, dal momento dell’entrata a Mosca, fino alla distruzione di questo esercito, è come studiare il significato dei salti e delle convulsioni agoniche dell’animale ferito a morte. Molto spesso l’animale ferito, sentendo un fruscìo, si getta sotto i colpi del cacciatore e affretta da sé la sua fine. Lo stesso fece Napoleone sotto la pressione di tutto il suo esercito. Il fruscio della battaglia di Tarutino aveva spaventato la fiera, ed essa si buttò avanti, sotto i colpi, corse fino al cacciatore, tornò indietro, e finalmente, come tutte le fiere, corse via per la strada più dannosa e pericolosa, laddove c’era una vecchia traccia ben nota. Napoleone, che ci viene rappresentato come colui che guida tutto quel movimento, come la figura scolpita sulla prua di un bastimento sembra ai selvaggi la forza che guida il bastimento, Napoleone, in tutto quel periodo della sua attività, fu simile al fanciullo che, afferrandosi alle cinghie fissate all’interno della carrozza, si immagina di guidare.”

Passi come questi rappresentano bene la differenza tra atteggiamenti conoscitivi differenti. Lo storico allinea variamente i fatti della realtà. Tolstoj mette a disposizione un’immagine che probabilmente è più efficace e addirittura più rispondente a come stanno le cose, a come le cose siano andate. Il ragazzino che attaccato saldamente alle cinghie dentro la carrozza pensa di essere lui a guidarla ci ricorda l’umiltà necessaria a capire. Forse solo dopo che gli avvenimenti sono accaduti possiamo coglierne la realtà. O forse si deve accettare definitivamente che la loro realtà solo nel tempo rivela tutti gli aspetti impliciti dell’avvenimento originario, e i suoi potenziali moventi, le latenti intenzioni. Se si possa immediatamente cogliere l’immagine sottesa alla figura che la coscienza e il discorso programmatico propongono nell’inaugurare una azione, non sappiamo bene. Di certo la conoscenza è saper assistere successivamente nel tempo allo svolgersi di certe conseguenze. Ma certo vorremmo una conoscenza che fosse fine della passività e capacità di interrompere il terrore e fermare l’allegria. Si sa che l’idea di una coscienza razionale sempre presente a se stessa durante le azioni più formidabili o indegne è vera soltanto in parte. Solo una piccola quantità di cose in effetti possiamo pensarle in nostro possesso, sotto il nostro controllo. Da questo punto di vista e solo per questo quoziente di vissuto si ripropone l’aspetto tragico della tragedia: che era che i suoi personaggi fossero senza capacità di volere poiché essi erano mossi dal capriccio degli dei, cioè irresponsabili. Tragicamente (appunto) tuttavia essi rispondevano, nel cuore e nel pensiero, delle conseguenze di azioni di cui essi erano strumenti, agenti, e vittime. La favola malata dell’inconscio come un nido di perversioni e di orrori rimossi ha peggiorato le cose, escludendo dalle risorse umane, in ogni caso e a priori, quanto non cade sotto la luce della consapevolezza immediata (che poi è solo la percezione), per cui la divinità sconosciuta e temibile è diventato quell’inconoscibile nido di vipere dentro l’uomo. Al di là dei dati estetico-letterari tutte e due queste posizioni hanno il guaio strutturale di darsi una volta per tutte. Sarebbero azioni del pensiero e posizioni della cultura che sono ferme e fermano tutto il tempo in una catena logicizzante.

A smuovere l’immobilità Tolstoj arriva con la forza dell’immagine. Leggendo si ha la sensazione che nessuna delle due posizioni sopra dette chiarisca e spieghi a tutt’oggi un bel niente in risposta a quelle domande accorate sulle motivazioni umane, sulla loro ignoranza delle immagini, sulle forze che le sottendono così differenti dalla storia.

C’entrano gli uomini nelle azioni degli uomini? C’entrano i rapporti di forza, di potere? Questo dice Tolstoj? Certamente c’entrano i rapporti di sapere e di conoscenza. C’entrano le diseguaglianze inevitabili e quelle evitabili. C’entra la capacità di immaginare che è la fantasia che sa di fare di quello che è quello che non è. C’entra quello che succede quando la fantasia diventa pazzia e malattia quando fantastica di annullare ciò che è. E quando dichiara che dal nulla possono originare le cose…. ma questo è oggetto di lavoro e di curiosità e di tempi differenti da quelli dello scrivere.

nota: perché la carrozza di Cenerentola? perchè a volte suona mezzanotte e si scopre che realtà e irrealtà è differente da materia e fantasia. Perché dunque bisogna molto cercare per godere la bellezza delle favole e differenziarle dal senso disgustoso della malattia del pensiero. Fantasia e fantasticheria sono differenti. Poi pensavo a Napoleone tra zucche e topi… magari ce n’erano attorno a lui alla fine. 

 


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