irrazionale (4)

6 Agosto 2020 1 Commento

Poi arriva il momento che non avrebbe mai dovuto arrivare. Quello in cui non si riesce a diradare il buio denso dell’ignoranza del futuro. È perché lei se n’é andata. O è perché ci ha preso la consapevolezza della sua insostituibilità. Improvvisamente eccola la febbre cerebrale: da qualche parte nella mente il brivido del senza sole, senza lume nelle mani, senza la linea delle figure negli occhi. Eccolo, indicibile enigma, il domani privo di giorni perché tutti i giorni da allora (e allora è esattamente il giorno del primo incontro, il d-day dello sbarco, il giorno profumato di pane che usciva dal forno della nostra precedente solitudine e noi si dilagava nell’invasione e ci riprendevamo la terra palmo a palmo) sono una massa informe, un mucchio franato addosso alla linea di questa sera che viene, che è la prima sera che non potrà essere scavalcata perché il buio si alza fino al cielo e si ripiega su noi e ci puoi leggere in lettere grattate con le unghie il messaggio di tutte le perdite il graffito delle sconfitte.

 

Si sapeva si temeva si era sicuri: c’era sempre stato nella mente. E c’era stata tutta una vita che l’aveva serbato alla vista. E il gran numero di amori spostavano soltanto in avanti il sospetto.

 

“Mi ami? Dimmi che mi ami..!”

 

Non si chiedeva neanche. Ma si cercavano sempre indizi di conferma.

 

Poi un silenzio. Un diverbio. Una goccia acida nel latte candido del desiderio. La cerimonia inaugurale di un’ora insieme diventa una dichiarazione di guerra. Una minaccia.

 

“Sto male!”

 

La resa alla vita scabrosa.

 

“La prego mi aiuti!”

 

Non è il male di per sé che spaventa. È la conferma maligna di quanto sempre temuto.

 

“Sto male, mi aiuti..” apre la crisi e tumula la finzione.

 

Così potrebbe cominciare un discorso serio su ciò che affligge gli esseri umani. La perdita dell’altro. Non la morte. La malattia del pensiero in assenza.

 

Bisognerebbe sospettare che il pensiero in assenza dell’altro ha i tratti di quella medesima assenza e non può essere altrimenti. Dire d’amore ha l’incoerenza dell’addio temuto. Il pensiero d’amore ha risonanze di fuga. La voce che dichiara vuole soffocare la costituzione elusiva dei giuramenti.

 

L’ombra dell’amante che si allontana scivola sulla parete e svanisce. Chi resta ne traccia a memoria i contorni sul muro. Non c’è altro che una linea incerta su quel foglio di pietra e intonaco. Il gesto del disegno è primordiale. La figura è già dopo tutto il peggio eventuale. È già eredità di un non ritorno.

 

Amami e smetti di pensare. Questo dev’essere. Questo dovrebbe essere. Io ti amo e perciò non voglio più essere. Sii tu per me. Non al mio posto. Al mio altare. Me, gesso, marmo, pietre umide. Niente carne. Arie intonate, semmai. Non parole.


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la mia nuova vita che prendo in adozione
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1 commento

  • Antonella says:

    Non prendo il tuo posto, amore! Sono una nuova creatura, partorita dalla nostra mente, dalla luce dei nostri occhi, dagli sguardi assorti sulle ” sudate carte”, dai boschi, dalle pietre di lava, dai granelli di storia, dalla musica, dalle nostri mani di malva e sambuco, dalle nostre bocche in attesa continua di incontrarsi. Una creatura inedita è il nostro capolavoro, ora deve trovare il modo di infuturarsi.
    Pensando a chi non vuole e non può più essere. Io sono.

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