io non so cos’è la musica

14 Agosto 2011 Lascia il tuo commento

io non so cos’è la musica

Nella preparazione della serata e per la felicità della notte che sarebbe seguita che doveva seguire i sapienti addetti agitavano i piedi intorno al piano di acciaio della cucina e tenevano immobili la lingua e liberi i pensieri ed era vietato riflettere così le mani andavano chiare a segno e i coltelli tagliavano sottili le verdure e i polsi agitavano con ritmo di galoppo le salse fino alla densità di una cadenza di mieli colorati. Miele è dunque la parola che chiarirà il crepuscolo di domani e terrà insieme i componenti del giorno e della notte attraverso il brusio delle voci la lieve masticazione delle cose già quasi del tutto digerite dalle cotture e dalle macerazioni e soprattutto la materia delicata ma inequivocabile degli affetti in libertà riguardo al cuore e alla pancia accalorata e alla pelle rossa di sole e a tutto il resto della vita che arriva puntuale negli appuntamenti serali come si sa a proposito della vita di giovinezza perdurante delle ragazze e dei ragazzi che sono accorsi incerti e trafelati alle sponde del prato.

Il prato è un catino magro e disteso come il corpo di un re giovane affannato dalle corse notturne e dalla febbre e della febbre c’è traccia in qualche albero marittimo posato contro la malaria ma non era bastato da solo. Febbre è la seconda parola insieme a miele ed ha la stessa densità del miele la febbre dalle nostra parti. Dalle nostre parti il plasmodio migrava chiuso nascosto nei globuli rossi di zanzare e pastori e non faceva distinzione e si doveva essere matti a restare. Però si restava. Una razza di resistenti difficili a persuadere a non essere quello che siamo. Le ragazze e i ragazzi qui affittano i crepuscoli con le zanzare di corredo. La musica non serve qua perché regna il vento a soffi acuti – di traverso alla costa: il vento non viene mai di fronte – a perpendicolo del litorale. I musicisti non sanno del vento qua. Studiavano il verso cui disporsi – con il viso obliquo ad un muro: per i fiati, che non sprofondino nell’assenza assoluta di eco. Eco è la terza parola.

La notte della musica bisogna rappresentarsela come una febbre terzana o quartana, una febbre che è arrivata attesa ma sorprendente nella propria potenza, ed evoca il corpo tutto intero pronto a subire: ci vuole coraggio nelle cose, soprattutto alla bellezza. Alla malaria della bellezza, all’invasione dei plasmodi che poi sciamano e affondano  nelle vie venose, allagandoci d’amori plurimi e inafferrabili. Vedrai che tutti ad un certo punto si separeranno da tutto – e saranno finalmente se stessi in una valutazione mentale di conoscenza che poi ce li porterà di nuovo di fronte – e diremo che gli alberi marittimi saranno stati i testimoni di nozze ardenti tra ogni persona e i propri segreti pensieri d’amore. Mordendo gli sformati e il dolce alla ricotta e cioccolato – nel catino magro del prato – gli verranno alla vista come un’illusione guerre di zanzare e regine e barche nel fango profumato – e avranno voglia di essere tutti diversi. Avranno pudore della loro temperatura non proprio ardente e solo i morenti di febbre malarica saranno al loro posto e metteranno a soqquadro le passioni modeste dei senza cuore.

La malaria antica ora lascia solo qualche sortilegio crepuscolare – qualche mattutina evanescenza in brividi e d’altra parte se si vuole dire qualcosa della musica non si può restare lontani dai brividi e dai fremiti e dalla concretezza delle parole riferite alla medicina delle vene e della milza – del bacino – del ventre. E della fonte miracolosa della spuma di mare presente nelle circonvoluzioni cerebrali che – del biancore mattutino – hanno chiazze diffuse in superficie. Ma delle schiume d’uova e burro, e delle foreste subtropicali delle verdure tritate rapprese cotte strigliate e ricolorate negli estratti di carne e albume, e delle mani e dei polsi dei cuochi attenti: di tutto questo si deve aggiungere. Come corsari -che si precipitano sui galeoni impacciati e tronfi di inutili ricchezze- si deve raccontarne precipitosamente a perdifiato. Dei re smunti ispidi di barbe nere di ormoni dell’arroganza e del comando ma smagriti da tradimenti e prime notti bisogna dire per narrare la mitica eleganza delle preferenze erotiche dei cuochi che essi fanno coagulare nelle loro speciali preparazioni le quali devono predisporre lo sfarzo che preluda al gusto del suono. Il suono in parte precipiterà dalla collina.

Tutto si deve svolgere sotto l’elegante silenzio delle ore interminabili dell’estinzione della luce nel cielo mentre il giorno finisce in una esplosione di buio ardente: un eco ribollente sotto la linea di oscurità – in una pentola capovolta che ha sopra la luce del giorno che pesa e preme. Febbre e miele ed eco. Molti allora si ammalano un’altra volta. La febbre torna secondo la propagazione degli agenti infettivi e scatena brividi di piacere subito prima dello svenimento isterico della coscienza che ci lascia svegli a pensare il gusto delle cose inghiottite, i sorrisi appena digeriti nelle guance tese e stirate di comprensione infantile. E si diventa tutti certezza di suono. Ma il suono per adesso non si coglie come stimolo sensibile alle orecchie: per adesso è un’idea nella mente è qualcosa che si sa che si è mossa da qualche parte nella pianura alle spalle o sul mare che si stende subito oltre la fila degli alberi di fronte.

Il suono che ancora non è stimolo sensoriale sta sotto la luce dei riflettori, sotto i chiarori che sono lame di luce accanto agli alberi. Gli alberi ora sono floridi di sabbia umida ma due secoli fa non riuscirono da soli a sconfiggere la febbre. Il sudore sulla fronte dei pescatori delle paludi continua a risplendere: quelle fronti febbrili sono semilune che si accendono al ritmo della terzana e della quartana. I dolori delle articolazioni poi affondavano nella pancia. In questa terra si suona stanotte. Si tiene a mente l’amore per una terra pensando che poco fa  i coltelli affilati dei cuochi affondavano nel ventre di pani e carni e straziavano la bontà dei cibi composti separando strisce di fegati addensati i rotoli di cosce battute e ammorbidite. Il bollore toglieva il resto dell’impossibile nella magia d’acqua nelle grandi pentole che in cucina fanno sempre il big bang nelle loro pance convesse e compresse dove si annida alla temperatura dell’ebollizione l’idea di un tempo zero dell’inizio.

Nella preparazione della serata e per la felicità della notte che sarebbe seguita che doveva seguire che adesso arriva si sono mossi veloci e precisi i cuochi e hanno corso i bambini con i quaderni della lezione per l’estate e ballavano scalzi sotto gli alberi della malaria e succhiavano pasticcini al miele e cercavano di persuaderci a regalargli risultati di addizioni e sottrazioni di divisioni antipatiche perché è antipatico doversi ripartire una vita di cui si vuole tutto per noi. Perché la vita qua è ricca di promesse ora che le bonifiche hanno avuto effetto la vita è un bue arrostito farcito di carni di pernice e miele e di fette luminose di intelligenze guizzanti e di noci e pernici ancora e di fagiani e beccacce e altri uccelli spauriti e saporiti di cui si fanno stragi colpevoli per riuscire a sentire con maggiore dolcezza rotolare dalla collina sulla sinistra la musica di fiati sassofoni e clarinetto basso.

Nella preparazione ci sono state la malaria e la febbre e il miele e l’eco del giorno capovolto nel buio e l’eco del buio che si rivolgeva di nuovo in un ritmo opposto la mattina prima che aprissimo gli occhi. Forse troveremo tutte queste cose nelle strette di mano e nella sfiorare delle guance e in una certa idea di una vita sociale che si apre mentre il giorno di nuovo stasera svanisce sparisce per lasciar esplodere -dall’apertura che il buio fa nel cielo da qualche parte sempre ignota mai individuata una volta per tutte- le parole dei testimoni della malaria invincibile. Le parole della febbre. Le prediche del miele della casa, fatto dalle api delle arnie dietro la rimessa, con i fiori dei limoni che fioriscono ripetutamente, qui. Noi testimoni eravamo zanzare piene di segreti agenti di contagio.

Noi poi eravamo i musicisti quelli che alla fine avrebbero dato il colpo di grazia al toro infuriato del mondo che si precipita sempre contro tutti i suoi figli che dormono e peggio contro quelli che sono ancora da venire che si possono solo contare in anticipo perché non finiscono mai di nascere i nostri figli. Figli come febbri intermittenti di malaria. Ogni tre o quattro unità di tempo noi lasciamo fiorire questi bocci svergognati di speranza con una perizia incosciente ed inarrestabile. Per questo stanotte eravamo qua. Per questo ci siamo lasciati prendere dalla lunga preparazione.

Alla fine quello che penso stasera, che ho pensato ieri sera, e prima di ieri: è che contano solo le persone, che neanche la musica conta poi così tanto al cospetto dell’importanza delle persone. E il palato splendente di sapori diffusi a vagare tra la lingua il vento e le labbra -sapori nuovi che puoi star certo ci renderanno un nome nuovo- forse conta esso stesso quanto le persone e dunque più della musica. Si deve oltraggiare la retorica: per adesso e da sempre che io ricordi tutto è sempre stato prima della musica. Sempre la musica arriva alla fine di tutto. Non vuol dire nulla di più che questo: la musica non è una speciale condizione è una condizione assai difficoltosa.

Anche i musicisti che si sono mossi oramai o stanno per muoversi si sono mossi per un’idea che prima di loro da qualche parte qualche cosa che non si sa che sia si era avviata togliendosi dalla propria fissità precedente. Lontanissima. Alla fine anche loro, tutto il loro mondo e, dunque, tutto ciò che potrebbe essere una definizione della musica è prima della musica. Tutto è già oramai successo prima della musica ed è allora che essa, finalmente, arriva. Ma non è certo che tutto ciò che era in precedenza fosse per la musica. Noi per esempio siamo stati qua per la febbre e il miele e per l’eco che non si spegne. Per la febbrile attività del pensiero, per la densità di miele dei corpi e per le parole che fanno l’eco a quanto non si ferma più ed è indicibile: per questo eravamo qui.

Tutto quello che chiamo preparazione è stato una vicenda di persone e di tre giorni fulminanti di febbre, di magrezza di un re esaurito dalle notti eccessive. E adesso tutto è già accaduto e stasera resta solo uno straccio di tempo ma niente in confronto con i passi possenti di quello che si è mosso da qualche parte -che non so che dire cosa sia- ora che nessuno ancora è arrivato con i suoi strumenti a distrarmi dai miei pensieri e sento solo persone parlare.

Ora -come sempre in questa terra bonificata- lentamente da una fessura del giorno – da una fessura della luce del cielo luminoso che fa il giorno – comincerà ad entrare il buio. Prima piano inavvertito, poi sempre più irruento come un torrente in piena. Poi col fragore di una figura oscura si stringerà addosso a noi l’amante calda composta dell’azzurro che fa qua. Un azzurro rubato che travolge e fa rotolare gli onesti gli innocui e gli impeccabili.

Li atterrisce, gli dice che contano, che anche per loro il buio tinge tutto di oscurità. Io mi aspetto così importuna e coinvolgente la musica che adesso  viene. La musica che è per qualcosa che si era mosso oltre le collina o laggiù oltre l’orizzonte scricchiolando lontanissimo come una idea coraggiosa per la strada. Così mentre la strada si piena e contemporaneamente si oscura quello su cui contare per adesso è tutto quanto è già successo.

Che ci sono state  le persone che hanno cominciato a fare le cose perché avevano sentito che anche altro senza figura e nome si stava muovendo da qualche parte così lontana da risultare invisibile. Ci sono queste persone da ringraziare per questa serata. A queste persone i musicisti devono suonare la febbre e il miele e se sono capaci di suonarla dovranno suonare la loro pietà.

Una pietà piena di gloria per le molte persone per le quali la musica è un eco di quanto sempre lontanissimo e a loro non visibile da qualche parte è uscito dall’immobilità della morte delle cose e in virtù della qual cosa che ora è viva e si muove anche quelle persone si mettono a fare le cose senza sapere un perché. All’oscuro della musica che splende nella mente dei musicisti.

E finalmente adesso i musicisti stanno popolando il prato che magro come un re stento e febbricitante li accoglie stridendo piano sotto i loro passi. Oltre tutto  dovranno dunque anche tener conto di quella stridente accoglienza nel contrarre gli accordi a venire.

“Felice sera”


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