interno ed esterno

29 Marzo 2020 1 Commento

in foto

ricerca di chiarezza

(collezione privata)


Per una volta, dopo un anno, mi dedico transitoriamente a parlare d’altro che non sia quanto io ho chiamato, da un anno, amore.

Sarebbe bello continuare a rivolgermi all’esterno con l’evocativa e suadente immagine di lei. Cui in molti si erano appassionati.

Non abbandono neanche ora un certo tono amoroso, per non disperarmi nell’isolamento: come tutti oppongo il quasi niente al niente. Vaccino con virus attenuati.

A tutt’oggi invece non ascolto psicologi consolanti. Furbastri da salotto. 

Nessuno, che sia onestamente legato ad una ricerca scientifica sull’antropologia dei legami amorosi, può proporre oggi di sapere come sia possibile non disperarsi: perché oggi abbiamo perduta la facoltà di generare una qualsiasi alternativa al patrimonio relazionale che, prima, definivamo il nostro amore per lei. 

Con tutto il tempo che abbiamo, le cose che il tempo ci regalava e che cioè il tempo era, adesso le percepiamo come un vuoto, qualcosa che è venuta a mancare e, sottraendosi, come un onda che si ritira, ha svuotato il tempo. E non ci sono altre cose a riempirlo. Per questo fenomeno, questo tempo che resta vuoto è insostenibile. 

Senza di lei siamo sospesi. Senza senso. E non ci si può consolare. Solo una generica capacità di resistenza ci preserva dalla patetica cattiveria nascosta dietro il manierismo di inviti al positivo fantasticare.

Non sarà mai, questo tempo, un tempo ritrovato. È un tempo insieme sperato e rimpianto. Un tempo in cui siamo benché esso non ci sia. Non altro per ora. Non più: già da ora. 

Io sono ciò che lei e io ancora siamo. In lei un noi ulteriore di certo è già in gestazione.

E posso tornare per un poco ai miei libri di un anno fa.

Uno di questi si intitola “Congo“: David Van Reybrouck, Feltrinelli editore, ottava edizione, ottobre 2015.

Vi si narra la vicenda di una acquisizione territoriale che degenerò in una turpe storia di colonizzazione: cioè di allontanamento progressivo da una cultura e da una civiltà originarie che una tra le più ambigue ed algide monarchie dell’Europa occidentale impose a uno tra i molti universi di splendenti accorate tenebre

Avrei potuto fotografare e incollare due pagine. Ma l’infinito giorno davanti mi consente di divertirmi un po’ a dettare al cellulare: come una volta era la lettura. 

Leggo a voce alta, mentre l’I.A. del mio telefono scrive sullo schermo quello che io tiro via dal testo con lo scalpello dei suoni: le cose della mente dell’autore, fissate nei grafi dello scritto, restano ammutolite e smorte, come foglie su un foglio.

La voce, che strappa alla pagina il suono serrato nell’inchiostro, è dunque anche una invocazione e un grido di chi cerca la realtà-verità delle cose.

Vi si troveranno inquietanti somiglianze formali con l’oggi.

Come se la coscienza avesse acchiappato, fulminea, nell’inattesa perturbante analogia tra il presente e un secolo fa, la natura che la storia non è solo una linea distesa ma è evidentemente anche una torta millefoglie di risonanti coesistenze che una analisi anomala può tagliare in fette geologiche con gesti che stanno tra l’azzardo del lancio dei dadi in una bisca, e l’offerta da grande chef in una cena elegante. 

Non intendo proporre una piatta sovrapposizione tra l’odierna progressione delle misure di contenimento di un virus, e il fenomeno di una colonizzazione quando essa implicò l’estensione della medicina alle azioni preventive dell’epidemiologia su un territorio.

Allora i nemici erano malaria (zanzare), malattia del sonno (mosca tse-tse), tifo (pidocchi), peste (pulci dei ratti) e febbri resistenti (zecche).

Però apparirà tragicamente evocativo come la civiltà medica si trovi di nuovo a dover imporre rimedi di imposizioni, finendo per somigliare, mutatis mutandis, alle vicende di una medicina d’altri tempi i cui modi erano coerenti ai criteri della contemporanea ‘colonizzazione’ di un intero popolo.

Occorre la buna fede dell’intelligenza per capire l’infinita varietà di componenti di quel mutatis mutandis, cioè l’infinita varietà delle cose che vanno cambiate nella comprensione di similitudini, per molti versi, solo formali.

Tuttavia!

Sono sempre uguali le misure che la civiltà medica attua ciclicamente di fronte alla sciagurata imprevedibilità della biologia.

Nel testo che seguirà si nota come esse fossero state percepite -dai singoli soggetti di cui il libro tratta, mentre essi erano simultaneamente sottoposti a pratiche di feroce colonizzazione- come una invasione

Come sarebbe? Isolati siamo invasi? Proviamo a capire.

L’invasione è una immagine potente. Che ha molte figurazioni. Nella vita psichica le figurazioni sono esiti possibili e dunque hanno fisionomia di aspettative. Suscitano speranze o le escludono, generano ampliamenti di futuro, o ne amputano ogni estensione. 

Può essere che -a partire da un presidio contro l’infezione che attua esclusione sociale e isolamento- il Medico, il Legislatore, il Poliziotto, il Burocrate, lo Stato, il Potere, l’Istituzione, si rivelino o ci appaiano (ma a livello psichico non c’è possibilità di distinguere) mosse da una (loro) giudiziosa furia, da una (loro) disperata necessità, da una (loro) angoscia di non riuscire a nascondere la (loro) impotenza?

Certo è proiezione di ciò che è nostro, anche. Ma non solo.

E d’altra parte, proprio perché è capitato anche a molti di noi, si capisce che più grande è l’impotenza e più è ogni volta obbligatorio legittimare, con giudiziose logiche, un’affaccendamento inoperoso.

Leggeremo, nel corso di due paginette, come, a partire da una azione di reclusione e medicalizzazione dall’esterno, i provvedimenti conseguenti incalzarono fino a insinuarsi sotto la pelle dei singoli individui.

Allora essi, dalla precedente appartenenza ad un sistema affidabile, passarono ad un universo in cui si perdono, con le libertà di movimento, i meccanismi a difesa del sé, l’aria respirabile della intersoggetività.

Gli ex soggetti, perduto il legame con quanto era saputo possibile, unico mondo conosciuto, vennero sommersi dalla confusione tra invasione e cura.

Il consolante riparo dall’infezione può diventare il muro di un manicomio, se non ripara, anzi espone, alla lesione che fa la pazzia: l’impossibilità di distinguere l’esterno dall’interno. Sé dall’altro.

Si salvano i corpi dalla morte ma si consegnano, quei corpi salvati, alla confusione tra l’intimità di un individuo che deve restare preservato entro una integrità di confini somato/affettivi, e il caos di pulsioni parziali di un esterno in cui il potere, che si prefigge di proteggerci, diventa, esso stesso, confusa ‘biologia’.

Per non abbandonare neanche adesso l’idea di un amore ancora possibile, mi chiedo cosa  della mia sperimentazione sulla relazione affettiva sia perduto in me in questo mese in cui di amore ho quasi smesso di parlare.

Disegnavo. Muri al microscopio. La pelle del mondo. Interno e esterno che si innamoravano l’uno dell’altro. Come io e lei. Per un anno.

Disegnando senza scrivere più, mentre la pandemia ancora pandemia non sembrava, lasciavo un’abitudine celestiale, mi liberavo dalla figura amata per resistere con l’essenziale a qualcosa di indefinito. 

Tenere la ricerca sull’amore in forma di narrazione di vicinanze quotidiane, che dopo poco ci sarebbero state sottratte, poteva espormi al rischio di cancrena di un arto inutile. Tutto dev’essere stato non cosciente. Forse è solo una una mia presunzione. O fascino del possibile.

È vero però che ho sempre saputo benissimo della coda che le lucertole ci lasciavano tra le dita, ragazzini in caccia, come sacrificio di un pezzo inutile di loro, in cambio della libertà.

Di amore, dunque, so che tornerò a parlare. Di amore ancora. 

Ma dico anche che, in assenza dei meravigliosi riti che si svolsero nei bar e nelle strade, e per la incertezza su possibili future più intime liturgie come si svolsero in anditi ombrosi e al cospetto di piante verdi e benedetti da chiare bacche di gelatina avorio e vetro deposte in vasetti sulle mensole di librerie piene di volumi amati, anche quello che chiamavamo amore dovrà ritrovare una espressione che adesso non è dato conoscere.

Forse l’amore, come era, non basterà più.

Forse solo le passioni consentiranno, dopo, di esprimere affetti che fino ad oggi potevamo sperperare in numerosi rivoli di un delta.

Per l’amore di un abbraccio e un bacio servirà il coraggio di rischiare di più. Non sarà più possibile regalare con avventata trascuratezza la fiducia di una intima vicinanza.

Torneranno soltanto le cose che contano. Cercheremo soltanto le cose che avremo finalmente capito (come mai avevamo capito) essenziali per noi. Dovremo imporci di imporle. Senza la pietà del dubbio. L’amore può essere determinato come un bisturi.

Oppure sarà l’anarchia della giungla. La confusione psicotica tra il dentro e il fuori di sé. O altro che, nuovo, non è ancora neanche figurabile. 

E adesso, con nostalgia di quanto non sarà più (perché già non è più..) e che dovrà essere differente, mio grande amore, comincio il dettato di una favola di tòrte radici e di aspra corteccia.

Spero che -in più a tutto quello che mi hai già ampiamente regalato da un anno- ti sia avanzata la pazienza di questa breve lettura che ti propongo.

Quando il Belgio rilevò il Congo furono creati, per la prima volta nella storia del colonialismo, dei servizi sanitari a… Bruxelles. La catena di comando fino ai capi della stazione nella boscaglia era eccessivamente lunga, ma non di meno si riusciva a far rispettare le istruzioni. I lazzaretti però non erano adeguati. Da allora in avanti bisognava tenere sotto controllo la mobilità di tutti i congolesi. Nel 1910 un decreto stabilì che ogni indigeno apparteneva a un ‘capitanato‘ o a un ‘sotto-capitanato’. I confini di una simile zona vennero delimitati con precisione, tenendo conto dei vincoli territoriali esistenti. Chi voleva spostarsi coprendo una distanza di più di 30 km o per un periodo di tempo superiore a un mese, stabilì un altro decreto del 1910, doveva essere in possesso di un passaporto medico che riportava la sua zona natale, la sua condizione di salute ed eventuali trattamenti ricevuti.
Questo passaporto si poteva ottenere solo con l’approvazione del capo del villaggio o del suo sotto-capo.
Chi era malato non poteva lasciare il proprio villaggio. Chi si metteva in movimento senza documenti rischiava una multa. Riesce difficile sopravvalutare l’importanza di questa misura che ebbe cinque radicali conseguenze.
-In primo luogo i Congolesi, persino quelli sani, non potevano più andare o fermarsi dove volevano, la loro libertà di movimento era stata severamente limitata. In una regione con una grande mobilità permanente c’erano problemi di adattamento.

-In secondo luogo, ogni abitante, da quel momento in poi, sarebbe stato appuntato su una cartina, come uno scarabeo su un pezzetto di cartone. Il senso di appartenenza, sempre molto forte in seno alle comunità indigene, divenne adesso assoluto. Restavi ciò che eri, immutabile nel tempo.

-Terzo, i capi locali furono completamente inquadrati nell’amministrazione locale. Il processo, iniziato già ai tempi di Stanley, fu ratificato formalmente. Rappresentavano il gradino più basso della gerarchia burocratica e svolgevano la funzione di sportello tra lo Stato e il suddito. Ovviamente le autorità coloniali davano la preferenza a figure docili. Il capo che riceveva un mandato ufficiale era spesso una figura debole, con poca autorità morale, mentre il vero capo tradizionale si teneva nell’ombra per poter continuare tranquillamente a governare.

-Quarto, siccome un capitanato tipo comprendeva al massimo un migliaio di abitanti, le entità etniche più grandi andarono completamente perdute. Il villaggio rientrava direttamente sotto l’autorità dello Stato, i livelli intermedi evaporavano. Ciò ebbe anche un impatto sulla coscienza tribale, facendo sorgere la nostalgia dello splendore passato.

-Quinto, per molti questa legislazione proveniente dalla lontana Bruxelles era il primo incontro diretto con la burocrazia coloniale. Durante lo Stato libero del Congo, centinaia di migliaia di persone avevano dovuto subire il gioco del lontano tiranno, ma adesso, in linea di principio, l’accerchiamento era completo.

Il numero di Belgi presenti nella colonia era ancora esiguo (alcune migliaia nel 1920), ma l’apparato coloniale strinse ancora di più la morsa nei confronti della popolazione, insinuandosi sempre più profondamente nella vita dell’individuo.

Lo Stato, nel 1885, si identificava con un solo bianco isolato che chiedeva al capo del villaggio di far sventolare una bandiera blu.

Lo Stato, nel 1895, era un funzionario che veniva ad esigere i servigi come un portatore o soldato.

Lo Stato, nel 1900, era un soldato nero che veniva urlare e a sparare nel villaggio davanti a qualche cesto di gomma.

Ma lo Stato, nel 1910, era un aiuto infermiere nero che nella piazza del villaggio, tastava le ghiandole linfatiche del collo e diceva che era tutto a posto. Il potere coloniale voleva introdurre presto una prevenzione medica su larga scala.
Il re Alberto stanziò più di un milione di franchi belgi a tale scopo, ma la prima guerra mondiale rallentò il processo. Dal 1918 tuttavia alcune squadre mediche, composte da dottori belgi e infermieri congolesi, partirono per i villaggi visitando centinaia di migliaia di persone.
Stavolta lo Stato era rappresentato da uomini con dei microscopi che aggrottavano le sopracciglia con aria seria osservando il sangue.
Lo Stato era l’ago sterile e brillante di una siringa che penetrava nella pelle iniettando un qualche veleno segreto. Lo Stato si infilava, letteralmente, sotto la pelle. Non colonizzavano solo il paesaggio ma anche il corpo, e l’immagine che si aveva di sé. Lo Stato era la carta che diceva chi si era, da dove si veniva e dove era consentito andare.
“ (le sottolineature al testo sono mie)


Tag:

Categoria:

reliquie
anime

1 commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.