inshallah

19 Aprile 2020 Lascia il tuo commento

Lui:

“Ci sono differenti modi di legare un amo alla lenza. Alcuni facili diretti sbrigativi. Altri aristocratici, da chiedersi ma perché così difficile? E tu devi sapere”- aggiungeva- “ che un perché c’è di sicuro e che quei nodi vengono da lontano e che i primitivi avevano l’arte irragionevole, lo spreco dei materiali, il tempo necessario all’inutilità. E filo da torcere.”

Mi insegnava a impiegare bene il tempo. A ricamare fili d’aria con le dita. A fissare la luce attorno al ferro come fosse imparare la firma di pescatore. 

“Un pescatore”- aggiungeva -“altro non è che un predatore invincibile perché resta sempre al di qua del piano lucente dell’acqua”.

Come un amante attento manda sotto la lamina del decoro l’amore inverso di un interrogativo appuntito, io sapevo che stava fornendomi risposte ad una domanda che sarebbe venuta in seguito: e avvertivo che, dato il tono perentorio delle parole di lui, quella domanda si sarebbe presentata, quando non sapevo, ma di certo irresistibile e fatale.

Mentre girava il filo sottile, con automatismi d’amore, seguiva e svolgeva l’altro filo: quello di certe sue narrazioni avventurose. Si trattava di  invenzioni fantastiche ma del tutto plausibili. Almeno per me che ero, a quel tempo, costantemente deluso dalla prevedibilità di una realtà quotidiana senza avventure. 

Il suo amore per la pesca spandeva la vita intorno: il porto-canale era fatto di caffè, nicotina, e pesci, e reti ad asciugare, e passioni nascoste nelle gelaterie piene d’ombra.

Là in mezzo lui si diffondeva in chiarimenti su cose marginali: gli angoli di certe città, le risate di gioia provenienti da svolazzi di abiti leggeri, le vincite nelle sale di biliardo vocianti d’uomini, ritardi involontari delle belle, le tante forature di bolidi…

“..capirai, inevitabili sullo sterrato.”- aggiungeva. 

E mentre parlava, rivolto allo specchio oleoso dell’insenatura in bonaccia forzata sotto il promontorio, avvolgeva l’acciaio uncinato e insieme scioglieva in me, con maestria insolente, la timidezza dove avevo bloccati i possibili corpi di ragazze mai sognate che vaporavano al sole. 

Mi insegnava la calma solare di un maschio che si fumava la vita in anse di disobbedienza. Io ascoltavo e disegnavo insenature e scolli, vertigini e pesci grandi, prede e barche fiammanti.

Acquisii che si può essere sopraffattori ridenti. L’amore, dopo pochi anni, e poi sempre almeno nelle mie eroiche intenzioni, mi parve dovesse diventare dedizione non più ribelle. Quasi impossibile: ma mi resta. 

Oggi -mentre sono dalla parte dell’esistenza rimasta al di qua della sua dolorosa perdita, e vedo bene i suoi occhi verdi, socchiusi durante l’indagine appassionata su quale sia la curvatura da imprimere alla cima di lenza e alla storia del mondo- me lo trovo accanto a togliermi ogni paura di te. Di non saperti amare. Del tuo modo di amarmi. Che sia migliore del mio.

“Che in amore s’ha timore di sé .. più che altro..”- insegnava. Come un fatterello collaterale. Niente a che fare con l’arte della pesca. 

Oggi, che la difficoltà è stare da questa parte del mondo in cui siamo rimasti reciprocamente esclusi a causa della insopportabile perdita del fuori, ti scrivo di nuovo ‘direttamente’ come era fino a qualche tempo fa.

“Amore -che hai i suoi occhi- indicami tu la preda ambita che devo tirare via dal mare. La parte di me che è troppo e non vuoi più. Sciogli il nodo difficile dei suoi occhi coi tuoi che ti lega in me a quell’amore perduto per l’identica bellezza di sguardi di un verde uguale. Perché fosti tu la promessa. Io, lui lo stabiliva senza saperlo, sarei stato solo l’esecutore d’una felicità che lui progettava per me.”

“Tu sopravviverai a tutti!”- Così lui quando era ancora da questa parte della vita.

Ora io:

“Sono sopravvissuto fino a te. Devi aiutarmi. Sciogliere il nodo. Levarmi da là. Farmi nascere e vincere. L’ultimo tratto. Tra le tue mani.”


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outsider
umane atmosfere

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