indomito, perplesso

6 Dicembre 2017

mercoledì 06 dicembre 2017

il peso delle nuvole

Piaccia o meno la figura è oggetto e soggetto di una doppia aggressione con lame e punte. Ci sono ragioni per aggredire. Non si sa mai bene perché ci trovammo aggrediti. Il linguaggio è oggetto e soggetto ed è insieme la lama e la punta che lo tagliano e lo pungolano ad una maggior precisione di intenti.

Ma la corrispondenza è una lama e uno stilo che aggredisce il linguaggio e lo tortura perché essa non si può raggiungere che dilungandosi a parlare ulteriormente in un viaggio senza consolazione di una meta.

L’indecidibilità computazionale del pensiero umano lascia a fondamento della vita mentale l’ignoranza sui meccanismi di inizio e fine delle sue procedure.

Sono certo che sia questa intuizione -che noi abbiamo a proposito di noi stessi- a far si che abbiamo definito capolavoro, cioè inizio d’opera, il coraggio del genio di concludere la propria azione creativa durante il viaggio di una bellezza che essendo inesauribile poteva esercitarsi ancora a lungo.

L’artista con coraggio riesce a mettere fine alla bellezza della propria creazione in un certo momento che non ha chiare giustificazioni e dice basta senza una precisa ragione.

Così si consente la vita dell’opera d’arte: oggetto di un lavoro che poteva non finire mai e che ha trovato per il gesto di un taglio la bellezza senza nostalgia di una forma definita.

Ogni opera d’arte suggerisce che la ricchezza museale -che contiene in conche frondose tutti i capolavori che gli esseri umani hanno creato- non è tutto quanto si poteva creare e che, nella loro definizione, gli oggetti preziosi che andiamo continuamente a guardare sono di nuovo soggetti all’azione di lame e spade, sospesi e minacciati per sempre alla nostra rinnovata perplessità.

Con quale criterio l’artista decise che fosse quella la forma definitiva, la definitiva quantità di bellezza da infondere nell’opera? Quale regolo misura l’incompiuto? Che ragione c’era di dare un taglio ai suoni e ai colori che fluivano?

Il capolavoro sta là di fronte a noi che siamo ugualmente inconclusi, irragionevolmente liberi, traboccanti di domande, ad agitare passi e pensieri per lo più senza un oggetto preciso: a vivere per vivere.

Disegno la linea cui ho dato vita inseguendo quanto ha da rivelare tra le dita la matita leggera. Seguo i suggerimenti della grafite come metto in fila le parole secondo il loro suono.

Nella stanza di lavoro, acusticamente neutra, ascolto, senza averne una coscienza separata, i suoni delle cose pronunciate che ricadono dal vertice del tetto su me e gli altri e scelgo, in base a quel ritorno, la strada delle risposte.

Mi rendo conto di voler interpretare soltanto i gradi di rarefazione dell’aria: e ‘loro’ dovrebbero lasciarmi in pace con le loro pretese di giudizi e consigli.

Avranno capito che la sintassi è una foresta di immagini acustiche nel folto della vegetazione? e che la grammatica sono laghi d’ombra e aghi lucenti sul sentiero lungo il quale spingiamo davanti a noi la scorta di pane e fiori per la festa?

Ma la scorta di pane e fiori è precisamente quello che vorremmo dire. Vorremmo dire l’intenzione che ci spinse a parlare, ma ben presto essa si frappone tra noi e le cose che ci spingeva a dire per esprimerla.

Risulta impossibile interrompere la macina del mulino che per spremere il linguaggio torna su se stessa con ottusa alacrità.

E, seppure pretendiamo d’essere coerenti e conseguenti, ciascuno di noi finisce per concludere il proprio discorso ‘altrove’: lontano dall’intenzione iniziale.

Questa iniziale intenzione, che poi si evidenzia infondata, è insieme un pretesto e una legittimazione per l’io narrante e le sue pretese. È come se ciascuno avesse questo carico profumato e fragrante di fiori e pani che erano le intenzioni che ci avevano entusiasmato e che quasi subito dobbiamo spingere verso una festa che è sempre altrove.

E dunque è quel viaggio che indomito realizza le intenzioni originarie. È l’eco del pianto della nascita, che torna dal cielo sopra le nostre teste nel deserto, la retroazione che ci spinge a vagare ulteriormente.

Sotto la tempesta solare sulla linea delle dune il nomade è una scultura di sabbia tra miraggi d’acqua lussureggiante.

È uno strano oggetto che somiglia a figure diverse agli occhi delle sentinelle di confine. Lungo la muraglia d’aria delle frontiere ciò che agli altri sembra che noi siamo scolpisce forme di idoli ‘favolosi’ di sabbia e vento.

Sono le opinioni volatili di altri che decidono la nostra sorte con forza pari a quella delle nostre migliori intenzioni.

Mentre camminiamo ignari del libro che si sta scrivendo su di noi il pensiero conta i nostri passi.

Malgrado una conoscenza precaria e mai definitiva noi lasciamo che la coscienza sia tutt’uno con la musica dei granelli di sabbia che cedono sotto il nostro peso mentre avanziamo ….


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sapere che non era un sogno, la bellezza
1949

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