imparare a gridare senza provare terrore di sé

24 Maggio 2015 Lascia il tuo commento

Non gridare. Oppure sì: gridare. In mezzo alla campagna alle dodici del giorno festivo non dovresti infastidire nessuno. A cinque chilometri dalla città e dalla pineta davanti alla costa non c’è anima viva. Proviamo. E l’aria comincia ad uscire lentamente. Ma che forma sonora dare alla voce? È imbarazzante: non ricordo di aver gridato mai e tremo prima di riuscire ad elevare il tono. La voce si rompe in una pozza di sudore e delusione. Riprendo l’aria nei polmoni. Di nuovo l’imbarazzo. Cerco di immaginare la mia faccia. Mi vedo mentalmente e peggioro tutto. Il grido inizia poi si strozza ancora. Il sole mi conforta insieme alla solitudine estrema dei campi. Stavolta qualcosa succede: una forza gutturale esce fuori ma disumana, alterata: impaurita. Grido come una vittima. Un ragazzino preso in giro dalla banda dei nuovi compagni di strada che comincia a piangere. Solo che io piango gridando. Sono smorfie di voce e terrore. Lo sconosciuto sono io. Nel suono che mi esce così terribile e disuguale vive il ricordo dimenticato di una rabbia infantile quando si deve essere infranta l’onnipotenza e la speranza. Non so gridare. E questo vuol dire che non potrò mai cantare di gioia se non imparerò a impostare alta la mia voce e a tenerla alta a lungo sulla nota dove l’ho portata. E le cose nella mia vita non potranno risollevarsi a causa di questa impossibilità, che funzionerà come un limite insuperabile e un deterrente. Ma continuo a provare. L’imbarazzo diminuisce anno dopo anno fino a che, sull’agenda delle cose notevoli, un giorno trovo scritto che

“Oggi è avvenuto”.

Una legittimazione si è impadronita di me a proposito di me. Se dico che adesso ‘posso’ non è tanto idea di superbia ma solo sollievo di fuga da un esilio. Non sanno dell’esilio. Del loro proprio esilio. Si è esiliati. “La madre indifferente ma ineccepibile nel soddisfare i bisogni materiali del figlio”… lascia aperte le strade ai campi di Sabra e Chatila. Lascia libere le frontiere per la terra che non ci riguarda ma chiude la porta di casa alle nostre spalle. Quasi tutti ignorano. Nessuno prova a gridare per scoprire se ha o non ha il documento vocale della propria appartenenza e provenienza e, se ce l’ha, a controllare la validità della notazione della sua esistenza e nascita sui registri di uno stato civile di qualsivoglia nazione o paese o società.

Manca la ricerca di base sulla nascita, la vita, la malattia, la morte, l’amore, la guarigione, la legittimazione, sul diritto al proprio tempo, sull’azione terapeutica decisa e sicura delle giuste durate, sulla felicità del gesto tempestivo, sulla sapienza indispensabile a valutare le altrui qualità con una certa competenza.

Tutti trascurano di misurare il loro esilio, l’entità della perdita eventuale per essere stati cacciati dai cieli respirabili, dalle altezze inebrianti dove, ultima, l’aquila disarmata della ‘conoscenza’ riesce a sollevarsi altissima per quanto l’asse del suo sguardo le permette di scostarsi da terra.

Ora, tenendo presente quel volo, sono certo che il senso della mia legittimità a proposito della mia stessa possibilità di esistenza arrivò il giorno che il mio grido salì e salì, e salì e salì e salì, e salì ulteriormente fino a volteggiare con l’aquila fino a scuotere con il grido ancora alto i giri eleganti. Lassù, arruffate le piume delicate attorno alle sue orecchie, il grido morì deponendo la sua intera energia, l’aria si ricompose attorno alle onde dell’impulso sonoro esangue che, in un volteggio rapidissimo, si sfarinò in poche molecole mosse di ossigeno ed elio.

Ora bisogna immaginare un gran silenzio, una vera e propria sospensione della narrazione e un meteorite che precipita: ma per così lungo tempo da sembrare sospeso come in un illusorio moto rettilineo uniforme: e in tale predisposizione d’animo, o insomma pensando d’essere il meteorite medesimo, si può vedermi infinitamente piccolo e solo: un punto ‘immaginario’ nella infinita spianata di grano e erba medica. Il vento debole passava. Niente di strano.

Per quella condizione naturale di riuscire finalmente a gridare mi nacque in mente l’idea di una forma di benessere da ottenere attraverso la rivendicazione progressiva del diritto alla sanità in ogni mia prossime futura relazione. Cha le felicità non è una fortuna. E che l’amore non è un caso. Che amore e felicità non possono essere né riconosciuti né tenuti accanto a noi senza la sanità. Che la sanità è comunque anche senza l’amore e anche senza la felicità. E infinite altre possibili idee nacquero che volano tuttora tra l’erba.

Fu allora che tu scrivesti

“A domani”.

Ed io -pieno di nuovo ottimismo che si poteva cambiare continuamente ogni tuo e nostro amore -ti risposi- certo di stare là accanto a te lontano dove ti eri cacciato…

“A domani e ad altri domani ancora.”

Potete ora vedere, nel domani composto di ‘altri domani’ e ‘ancora’ l’aquila di cui parlo. Essa è un punto nel cielo della geometria e descrive una spirale non circolare di stucchevole esattezza ellittica. Lungo la spirale scende seguendo misure proporzionate alla successione di Fibonacci e l’aquila verrà alla fine del disegno. E il disegno sono tutti i miei giorni non uno di meno. E l’aquila verrà a sedersi alla mia tavola o sul cuscino di lettura e scrittura. Già ha cominciato a venir giù ogni sera come oggi. Vedo le sue ali che contrastano variamente l’effetto della gravità per mantenere il tempo in una specie di sospensione per il tempo necessario alla lettura o alla scrittura. Io penso e scrivo che, per quanto si può vedere, il tempo stesso è dunque ‘aquila’  e ‘aria’ e che alla fine tu sei la natura fisica del tempo perché lontano giri  ma improvvisa vieni alla mente cosicché in un battito d’ali io ti veda.

Istinto di morte dell’ignoranza buia di un’ora fa. Conoscenza di te alle piume battute nel volo notturno.

E avendo io conoscenza di te dovuta al tuo semplice volo posso dire

“Ogni amore conosco”. (*)

(*) prima però bisognava che imparassi a gridare senza provare terrore di me. 


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