il treno del tempo e le anime ragionevoli

18 Marzo 2011 Lascia il tuo commento

il treno del tempo e le anime ragionevoli

(…queste due immagini potenti e leggere si trovano, insieme a tante altre di altrettanta qualità, nel libro “L’Ultimo Inverno” che ho appena  finito di bere. A frasi originate da fontane di questo tipo, io devo la mia dolce vita. Penso una figura femminile ampia e regale che allarga capelli e sottane nascendo nell’acqua. E’ allegria di una possibilità di leggerezza, per me. E  persino quando sono ‘al peggio’ considero che trovare sia, comunque, una felice incomparabile immeritata fortunata occasione per la continuità e la sanità del pensiero. Ci sono sempre cose che si capiscono subito benissimo. Non è perchè parlano di noi, ma perché -letteralmente- noi ‘siamo’ quelle cose. Quelle parole. Quasi ne fossimo persino l’origine, ma senza l’idea di un furto ai nostri danni. Semmai con la sensazione -non ancora del tutto definita nei suoi particolari punti di forza e di incanto- di una  nostra nascita nel centro del discorso che si fa avanti…)

Non era scattato neanche il desiderio: venne in anticipo il riconoscere l’altro con chiarezza. La mano si e’ appoggiata all’arancia con l’intera superficie del palmo. E’ un gesto di amore e di possesso fugace. Un gesto che ha la delicatezza di certe illusioni, di illusioni che si accettano come stati di esitazione durante una crescita e addirittura la ricaduta di obblighi conseguenti ad una scoperta. La misura dei valori -secondo un numero che definisce l’incremento della quantità  di nuovi criteri – puo determinare una riduzione di gradi di libertà a favore di una differente gioia. Nel corso di tali processi  a volte si può realizzare una trasformazione che si rivela come differente modo di pensare. Questo nuovo ‘atteggiamento nei confronti del mondo’ e’ il dato iniziale. Se non prevalgono stupidita’ e conformismo scatta una ‘procedura’ di stupore e riconsiderazione di quasi tutto. La conclusione della ‘muta’ e’ un tempo stralunato e scrosciante, una cascata di materiale cosmico che si accumula ai confini dell’universo. Quelle collinette -o ‘coni’- di scorie vive siamo noi che, sollevati da ogni rendiconto, ci si avvia coraggiosamente alle nostre precedenti case e ai nostri antiquati orologi a pendolo, per distruggere orologio e casa per alla fine scaldarci  le mani al fuoco dell’incendio che le mani hanno deliberatamente appiccato ad una galassia inutile nella nuova economia della vita. Dal crepitare della combustione si estraggono i frammenti sonori, vocali e consonanti, per coniare un nuovo nome. Alla conclusione della procedura di andata e ritorno ai confini dell’universo un colpo di bisturi recide il legame. Solo il corpo tiene una memoria, divenendo fulcro omeopatico di una vita nuova che così non ha lo sgomento di originarsi dal nulla. Tutto e’ avvenuto ogni volta definitivamente, ma anche contemporaneamente ad avvenimenti differenti non allineati e dunque non oppositivi o incoerenti. Tutto risiede nella passione dell’applicazione di ciascuno alla propria esistenza per quello che e’.  Nulla potrei dire di quello che pensi. E posso solo dirti quello che mi fai pensare. Noi confondiamo sempre l’altro con quello che ci accade nella mente al vederlo, ma sono cose diverse: quello che gli altri fanno accadere in noi siamo ancora noi. Posso dirti dunque solo questo: che il mondo come io lo vedo adesso e’ ricco di figure, e  che sono certo che le mie parole raccontano il deserto prima che fosse tale. Il suono delle parole oscilla, tra la presenza invisibile del mio Manuale Di Parole Per Moderni Amori, e l’evidente assenza delle cose che ho amato. Io sono il lascito di affetti distratti e densi, e il balcone promettente, sullo spazio incerto di un futuro che si è aperto tutte le volte che ci furono partenze premature e inattese. Che spero continuerà ad aprirsi dovessero esserci successive  soste alle fontane.


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