il senso del tragico nella bellezza che viene

7 Aprile 2020 1 Commento

Sono il cuore il ventre i muscoli che si assumono il peso dello sforzo. Sono loro i pensieri. Cambia il linguaggio perché servono parole per ciò che le parole riassumevano. E non ci sono. Ci sono parole che accompagnano il silenzio. Il “non più”. Non si può più girare intorno alle questioni. La questione è ciascuno di noi. Fino a che non tornerà il mondo il mondo è ciascuno di noi. Noi siamo diventati il campo su cui tutto accade. Uno per uno siamo quel campo. La vita che difendiamo nelle corsie di rianimazione non ha gli stessi presidi per essere difesa in noi quando restiamo nelle nostre stanze di reclusione.

Non c’è mai stata alcuna mitologia come questa. La mitologia mitigava il senso del tragico intuito da certi soggetti sensibili. Questa è una imposizione a tutti noi, uno per uno, della più nobile arte di chirurgia e poesia. Facciamo lo sforzo di attenuare, fuori, il picco delle morti quotidiane. Sentiamo, reclusi ciascuno in se stesso, lo sforzo infiltrarsi nelle cellule dell’organismo. Anche dentro è esplosa una pandemia fatale. Una anomala inarrestabile pretesa, un contagio di riappropriazione di sé. Non è una metafora. La malattia è soggettiva e bizzarra, differente per ciascuno. Gli affetti suscitati dall’isolamento sono rimedi soggettivi al dato imposto. Siamo noi i volti differenti degli affetti della scienza. Mostriamo alla scienza il volto che risulta dalle sue imposizioni.

Il mito non servirà più. Dopo. Dopo solo nudità. E bellezza. La tragedia del corpo che, per salvarsi dalla morte, dovette sottoporsi alla dittatura di intimità né dionisiache né apollinee, sancirà la morte della tragedia come genere di letteratura e di ontologia. Forse lo stress-test di tutto questo sarà arte di denudare. La prima performance globale nell’anfiteatro universale. La terra va in scena a cielo aperto con attori nudi.

Noi in scena! E certo che non era precisamente questo il rigore di certe precedenti esibizioni narcisistiche. Ma signori mei ‘qui’ si fa sul serio. Gli angeli, esclusi a causa della loro non-umana natura, restano spettatori.

È notte di primavera. Per quello che ‘dopo’ le parole sapranno ancora dire sono già adesso nostre quelle che computano le stelle. Sono suoni di matematica elementare docili in fila lungo il sentiero tracciato dal dito che sceglie, una per una, quelle da mettere da parte piano piano. Ogni stella una cautela. E una promessa. Ti amo. Mi manchi. Ti amo. Ripetutamente. Mi manchi. Nient’altro. Ti amo. Solo quelle parole. Mi manchi. Una dopo l’altra. Respirando. Mi manchi. Come l’aria.


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