il rosso e il nero

11 Agosto 2011 Lascia il tuo commento

l’intelligenza delle forme nelle forme

il rosso e il nero

Comincia con una canzone e fotografie una vita quotidiana dimenticando mettendo da parte tutto altrimenti sarebbe impossibile: l’indifferenza stare ad occhi bassi sui propri interessi che sono esigenze respirare cercare la religione di mettere insieme le cose che si erano disperse immaginando la relazione d’amore evocando con le parole che si pensano disporsi in fila sulla pagine – poi si disegnano mentre compaiono volti che ci scelgono oppure ci rifiutano – sapendo che quanto pensato alla coscienza è stato prima misurato nell’abbraccio accalorato o terrorizzato delle cellule del fondo dei nuclei antichi delle emozioni – che sono sempre pensati ‘animali’ neanche si sa perché dato che nessun uomo mai è diventato scimmia neanche quando è stato ‘un animale’ – poi alcuni dicono che amano gli animali e non più gli uomini ma io non ho mai capito cosa significasse – perché avevo memoria di aver amato il sorriso e le parole intelligenti di lei appena superata l’adolescenza.

Ascoltando la musica di stamani so che posso scandalizzarmi e non capire di fronte all’odio e alla depravazione tuttavia non vedo altro che uomini i peggiori e non vedo gli animali in essi – vedo che quella cattiveria e quell’odio non sono proprie degli animali perché forse molti di loro non hanno la capacità ferma di tracciare mappe di senso tra cose volti avvenimenti e dopo un certo tempo non sono davvero più in grado di ricordare una identità nella continuità temporale. il che non significa che ci sia un migliore tra uomo e animale perché sono due regni separati per sempre oramai – e che se noi possiamo porci il problema di creare un mondo migliore anche per gli animali è ovvio che per gli animali non è possibile tutto questo progettare e comunque essi non hanno potuto creare la civiltà della comunicazione delle pretese e delle esigenze della distinzione. Non sono peggio. Sono altro.

Stamani la relazione si pone come pazienza e come indifferenza di fronte a certe cose che non vanno come dovrebbero andare – in questo mondo altro dalle successioni logiche e razionali degli animali tutti tesi alla riproduzione ed all’amore fatto di sola dedizione e fedeltà e silenzio – che non è mai stata una scelta. ricordo e mi ripeto che ci siamo inventati la parola ‘indifferenza’ -(1)prima per condannare quello che -(2)poi si è capito è ‘anaffettività’ – e per lasciare libera la parola ‘indifferenza’ nei casi in cui – siccome spesso le cose non vanno come dovrebbero andare – noi stabiliamo di restare per un poco indifferenti e ricreare una situazione di possibilità e stamani come capita spesso di riuscire si fa entrare il sole la musica si imposta la giusta apertura delle quinte delle finestre e tutte queste cose nella stanza modesta fanno il giorno l’inaugurazione della storia improbabile: “c’era una volta…”

Tra poco sarà altra musica -penso- e non penso la malattia e la debolezza del corpo. il pensiero turbina adesso creando universi imprecisi di momenti tra le passioni vicine e la catena forte dei volti sconosciuti. ci metto anche il profumo delle notti di adesso e le canzoni che si susseguono secondo un ordine di gusto che si ripete sempre nella scheda grafica del display senza mai annoiare – sorprendendomi continuamente – che è quello che mi serve sempre – sempre serve sorprendersi sempre – anche con poco e a volte devo andare via o mandare via le persone – perché sempre so che le persone alla fine non capiranno esattamente – come alla fine sempre ci saranno altre persone che sembreranno capire e questa è la musica penso – è l’indifferenza che si fonda sull’interesse egoista per la propria individualità che forse fa capitare a noi ad uno sguardo superficiale qualcosa di simile a quanto potremmo pensare sia quanto capita anche all’animale che non sa e rifiuta – ma bisogna dire non è rifiuto perché è istinto che non può fare altro – perché l’istinto è costrizione. rifiutare non è un istinto è una invenzione di un mondo differente – a noi capita di dover rifiutare seppure istintivamente ci parrebbe di non doverlo fare ma controintuitivamente – e continuamente rifiutiamo per salvare il pensiero e forse quel rifiuto perderà ogni salvezza della nostra specie. così noi distruggiamo la specie forse per salvare il pensiero. siamo esteti che amano finire in bellezza.

Ogni mattina tornano le cose lette nella sera e sognate e ascoltate con un orecchio alla radio mentre intanto i progetti e le speranze e le riflessioni coesistevano per ore senza la regola della stanchezza – che è rispetto per la legge biologica delle contrazioni muscolari – ma anche senza alcuna confusione – che sarebbe rispetto per le regole della logica formale – che dovrebbe impedire la sovrapposizione dei processi contraddittori e invece non siamo fatti così siamo fatti in altro modo. ogni volta basta quasi nulla a riflettere sul quasi nulla che fa le differenze vere tra una vita e un altra. tra chi ti ama e chi ti sa amare. tra chi vorresti amare e non sai e chi sai amare e ti ama ma poi tu non ‘vuoi’ sembra. sembra che si possa non voler amare anche se si dice che non è possibile e che gli affetti non hanno regole e sono passioni animali e invece si deve indagare che le persone più affettive potrebbero essere le persone più tenere ed educate e disciplinate le più distanti dalla apparenza della soddisfazione costante dei desideri le meno attratte dalla sopravvivenza della specie. persone assai speciali che realizzerebbero la appassionata dedizione che si rivelerebbe tutta nel volto ritratto in una foto degli anni trenta di una sposa vista in chiari scuri delicati attraverso mimose: imbronciata consapevole e libera di non sorridere solo proporre. proporre è una scienza – una forma di amore dichiarato per il quasi nulla – una indiscutibile fiducia per l’intelligenza probabile di qualcun’altro nelle vicinanze. noi così creiamo l’idea dell’altro e dello spazio abitabile che è la distanza tra costui o costei e noi medesimi lì sotto l’albero delle mele.

Gli anni a venire per lottare contro tutte le conformità distorte degli arti anchilosati – per l’abbraccio di una ragazza giovanissima ad una vecchia – poi la postura aristocratica di un insegnante di lingua africano secco come una penna biro chino su un registro tutto ambra ed ombra e chiaro e rosso – e una donna palestinese assorta verso la finestra – un ragazzino di Capizzi che attraversa la strada e la linea delle astine delle ombre di invisibili personaggi in nero di controluce -e una ragazza che affonda lieta sotto la magnificenza di un grande volume di non si sa che – e un padre giovanissimo con una figlia che sono ambedue neri come la pece – e tu ti chiedi che diavolo ci sia di così specialmente umano nei volti della razza nera che sono sempre ‘belli’ e dignitosi e provocano l’invidia degli altri per quella loro eleganza e sei certo che si ha un bel dire il razzismo esiste – è una forma di odio per qualcosa che ‘la natura’ ha dispensato siccome dio non è giusto davvero e a noi è toccata l’arroganza della sapienza – ma ad altri è toccato avere tutti i risultati di chiarezza dello sguardo e di coraggio delle vite distrutte per amore e salvate per disperazione e l’armonia dei movimenti anche nel pianto funebre – figurarsi nella gloria dell’orgasmo e del tragitto dei corpi affannati di splendore che all’orgasmo ci conducono con passione densa nella melassa del sogno. ebbene a noi la sapienza che dio ci ha regalato in cambio di tutto questo aveva il difetto di lasciarci ben essere certi di tutto quello che avremmo solo potuto arguire.

Descrivevo sopra figure e pensieri fusi insieme di stamani che guardavo – mi bevevo con gli occhi – i portfolio fotografici delle pagine dell’Espresso on-line – neanche le più belle credo. forse il risveglio mi aveva lasciato con quel sogno di una donna che mi conduceva all’orgasmo nella densità di una sera di musica che era intelligenza pura e forse posso provare ad interpretare – adesso che nessuno mi ascolta e che nessuno c’è nella stanza e che forse ho dimenticato i volti cui dovevo essere riconoscente – posso rischiare di interpretare a me stesso – avendo rischiato da solo tutta la vita nella ricerca personale – e interpretare subito che forse l’orgasmo era la bellezza che vedo spesso e che la bellezza che mi pare di cogliere spesso sempre più spesso è un riflesso una proiezione di tutta questa ricerca di anni da solo di cui vado fiero – non fosse che mi fa diverso dall’inizio e questa è già una ‘storia’ perché è una trasformazione e forse l’orgasmo potrebbe essere il segno di una trasformazione ed è per questo che certi sogni paiono più reali della vita vigile. volevo che fosse parte del vero e al risveglio ho desiderato che accadesse e chi lo sa. forse dopo trent’anni a smentire che i sogni non sono desideri per opporsi alle ‘fregnacce freudiane’ stavolta vuoi vedere che avevo fatto un sogno che era un desiderio forse desideravo la sapienza di un amore.

Non si sa. Devo chiedere ad un geniale collega. Intanto metto la foto di stamani. Si chiama  il rosso e il nero.


io non so cos'è la musica
conoscenza accidentale

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