il rifiuto delle grandi domande sull'esistenza

5 Agosto 2015 Lascia il tuo commento

Chi siamo. Da dove veniamo. Dove andiamo. Le grandi domande che sembrerebbe, a sentire i sapienti, l’uomo si pone, forse sono solo le domande che si pongono i sapienti. Ad esse non hanno peraltro mai risposto in maniera convincente. Esse comunque non interessano la ricerca psichica. L’oggetto è diverso. Io mai me le sono poste. Era ovvio che il campo d’erba alta e le case in costruzione piene di muratori vocianti e le pozze paludose piene di rane e libellule erano il motivo di tutto. C’erano ragazzini dovunque. Eravamo tutti gambe magre, lividi, sudore, occhi febbrili: in azione continuamente, anche quando si restava silenziosi e in immobilità apparente per ore eravamo iguana sornioni appoggiati ai muri bassi degli orti ad ascoltare i profumi di verdura e di orzo tostato e progettare le prossime ‘mosse’. I nostri sguardi parlavano tra loro e magari di tanto in tanto indagavano fugaci in un guizzo laterale tra i sassi dove capitava sempre l’attrazione di un luccicore di centesimi perduti o di sferette di acciaio o di lingue di latta strappata. Chi eravamo si sapeva. Ce lo rammentavamo continuamente con soprannomi speciali. Ognuno conosceva bene tutti gli altri e tutti eravamo lo specchio di ognuno. Commenti ironici e prese in giro e una spietata passione alla critica e alla verità impedivano la cortesia dei ‘tradimenti’. Dove andare era un impegno portato a termine quotidianamente in seguito alla delibera dei parlamenti a maggioranze mutevoli raccolti sul marciapiede. Le decisioni erano insindacabili. Eravamo molto rigorosi e portavamo comunque sempre tutti nelle esplorazioni, anche gli sfortunati, i feriti in precedenti scontri, gli ‘zoppi’ che in genere nelle favole si dolgono si disperano e restano. Ricordo che la sera le stelle salivano in alto a partire dalla strada, dal fondo dei palazzi perché ai piani bassi il buio arriva prima e le luci sbucavano da laggiù. Per salire al secondo terzo quarto e quinto piano con il dilagare della sera. In quelle cisterne di lampadine accese si abitava, si saliva correndo affamati. Da là venivamo e si tornava là volentieri. La filosofia era un sorriso degli adulti e poche parole adatte. Ognuno dei grandi pareva sapere quello che serviva dire. Anche chi non aveva studiato era a conoscenza di cultura, lavoro, impegno e pazienza. L’intemperanza arrivò comunque. Allora mi fu spiegato che forse il momento era giunto che provassi a fare da me, che mi sarei contentato. Non se ne parlò piu. Il rifiuto può assumere toni più o meno amorevoli.


Categoria:

la trincea di pace delle case popolari e la fantasia-ricordo
a dire che mi ami non è tardi mai

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