il peso delle cose

20 Ottobre 2013 Lascia il tuo commento

domenica, 20 ottobre 2013

Sapere il peso delle cose. L’importanza delle trecce della ragazza. L’età esatta della mummia e l’anno di fondazione del museo. Lasciarsi cullare dal ritmo di tutte le scale e dal brusio pigro delle code nei supermercati. Il ricordo di una voce nelle aule. Il coro delle maestre La libertà che attraversa i muri della scuola elementare. Te penso che sei le mie parole. La voce della maestra faceva la lettura delle anime correggeva gli errori delle anime valutava le nostre anime. Noi eravamo la descrizione di noi nei tratti colorati di un altro. Abbiamo avuta appesa cinque anni la nostra vita sulla punta della matita rossa e blu delle correzioni. La conoscenza era implicita nella frustrazione del confronto con il sapere dei più bravi. Torno a prima. Viene il ricordo che è differente dalla memoria. La funzione psichica di fantasia ricrea l’umanità di chi leggeva per me. Cosicché io lentamente e dolcissimamente mi addormentavo. La voce mi spingeva piano verso l’interno di me. Durante l’adolescenza ho visto che l’anima degli scolari più bravi era quella di chi era stato spinto all’interno di sé da una lettura cauta e interessata. Ho visto solo quelli diventare persone migliori seppure non necessariamente i migliori in assoluto. Ho avuto così l’idea della potenza di una voce piena di affetto. Ne ho avuto costosa conferma nelle parole dell’interprete alle mie spalle. Da certe altre voci che facevano l’elenco delle parole per la realizzazione del nostro desiderio ho avuto conforto nei decenni successivi quando innamorati si leggeva muti il buio delle stanze e ci si ascoltava respirare in silenzio sentendo crescere di tono il senso letterario della vita. Ma ho impiegato tutto il tempo utile per perdere l’odio razziale per le donne. Per fortuna è successo che il desiderio poco a poco non determinasse più il comportamento complesso della seduzione che aveva in sé il movimento verso la figura dell’altra. Lentamente è divenuto una imprevista forma di impazienza: di alzarsi dalla poltrona per poterla guardare ‘intera’ da un po’ più in là. Le prime volte che succedeva sorridevo impacciato e agitavo appena le braccia a mezz’aria e scuotevo la testa sorridendo e uscivo nel giardino attraverso la porta finestra di modeste villette a schiera o in strada sgusciando sui marciapiedi da portoni di condominio. Ora sono certo che al cospetto di una donna si può avere il desiderio di dire no. Di proporsi di diventare migliori di spingerci all’interno di noi lontano da lei. Si può non volere più necessariamente avvicinarci per prenderne i pensieri, il segreto, la grazia. Si può desiderare solo cambiare. Porto questi pensieri sopra il capo. Una treccia di sussurranti supposizioni di epoche differenti della mia vita avvolte insieme senza cronologia le une alle altre. Ne attorciglio talvolta qualcuno attorno alle dita nervosamente. Siamo stati a lungo la figura informe di noi due. Seppure (grazieadio!!) abbiamo avuto in dote i doni della distrazione per sedere insieme ad altri o solo noi a cantare la sonorità corale delle ninfe e dei fauni, mi chiedo a che servirebbe rinverdire i miti senza il desiderio di volgersi ognuno all’interno di sé stesso per tracciare una linea che separi la figura di amanti buttati nel letto come cappotti inutili nel caldo d’agosto. Col sole a picco traverso ancora la spiaggia per dormire per conto mio sotto il sole. Confesso che sulla sabbia cocente vaneggio per l’ipotensione un’ipotesi di naufrago e ninfa palustre. Il sol leone scopre le carte dei miei sogni mentre tutti mi pare li fuggano quei loro progetti ancora vivi tornando a casa per un poco di fresco contro il caldo smodato. Per natura l’ombra afosa nelle case m’è sempre sembrata assolutamente inospitale. Addirittura meschina quando il sole rovente è bellissimo ammantato del proprio trionfo.


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la fedeltà

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