il perdono è ricattatorio

18 Aprile 2020 Lascia il tuo commento

Perdona chi vuole comandare che ciò che è perdonato non sia più. 

Allora invece meglio non accanirsi e liberare. Liberare gli altri da certe ‘generosità’.

Sottrarre tutti alla nostra incapacità di amarli come sono. Liberare e liberarci. Noi stessi.

Procedere di colture estensive. Fiori, grano, neve. Convolare. Divano, caffè. Recitare: semi, erbe selvatiche. E frutti. 

Se ti piace già sono buono. Disteso su te come luce sull’acqua. 

Il solo modo di essere buoni è la relativa verità di chi afferma di trovarci un ristoro a stare insieme. Di non scorgere l’ombra dei dubbi. Non temere più tempesta delle incertezze.

Essere buoni. Essere recipienti di chicchi di grano.

Il perdono introduce l’idea di una cattiveria da scontare. Nega che esista una bontà relativa. Una felicità possibile. Proprio perché umile.

È paradossalmente evidente che imperdonabile è proprio l’amore che si incarna nella povertà del soggettivo per farci felici uno ad uno. Uno dopo l’altro. 

È vitale l’idea di nostri ‘simili’.

Sono, loro, quelli là fuori. Amati perché pienano la piazza. Perché manifestano il dissenso in muta rispettosa distanza nelle strade delle città.

Amare gli imperdonabili. 

Cattivi perché hanno già scelto il proprio futuro: intenzionati ad essere, da subito, disobbedienti alle promesse.

Per la mia  consolazione ho fotografato un Pavimento Verticale. Ci ho fondata la vita di oggi.

Volgo le spalle all’interno della stanza. Guardo fuori dove la luce somiglia alle tessere di madreperla della foto.

Seducente allusione ad uno stato variabile. Ai toni mutevoli del mio saldo legame con te.


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assunzione di responsabilità è schierarsi
resistenza all’obbedienza cieca

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