I grattacieli della mia città e il volo trascurabile degli insetti

20 Febbraio 2017 Lascia il tuo commento

 

“una dipendenza vantaggiosa”

Come si sceglie una città, mi hai chiesto. Io non avevo pensato che si scegliesse una città. Che ci si trovasse per vari ragionevoli motivi in una certa città. Che al massimo poi le città sono ospitali o meno. Poi invece, mi fai pensare, che non sempre noi scegliamo quello che diciamo di scegliere. E che, in particolare relativamente a questa mia città, devo risponderti che forse è la città che mi ha scelto, ha vinto su tutte le cose che mi sono accadute e mi ha tenuto.

Io so che causa della luce vigente qua ho vissuto come un ragazzino in incosciente svogliatezza tra grattacieli ogni mio giorno. La luce, per quello che mi riguarda, a posteriori ora che ci penso, arrivava dall’alto sui tavolini dove ondeggiavano ogni volta le tazze di caffè la mattina e sui torrenti urbani. Tu sei consapevole che non ci sono grattacieli nella città ma c’è una luce che cade dopo aver sfiorato le dita di questi altissimi palazzi solo apparentemente assenti – che io so benissimo immaginare – e questi raggi di luce si aggirano tra le mie dita, rimbalzano sulla superficie dei tavolini, e si acquietano dentro i cerchi neri fumanti del caffè.

Così mi ha scelto tenuto e sposato a sé la città dove vivo, e non solo lei non ne vale un’altra qualsiasi, ma vale, senza che me ne renda conto, più di tutte e, più che impossibile, lasciarla sarebbe controproducente. Perderei i grattacieli e la luce e la chimica delle immersioni dei fotoni nei laghi scuri di caffeina che hanno composto e strutturato e ideato la mia identità di persona.

Sono, qua, straordinariamente mondano: fuori dai monasteri della ripetizione per fumi leggeri e variazioni di umidità e voci tra il cielo e i mattoni tiepidi del 1400 che compongono le mura che traverso passando sotto un arco grande giorno dopo giorno.

Certi amori ritenuti dipendenze sono forse, mi domando, addirittura favorevoli e vantaggiosi?

Bisogna comunque riflettere bene prima di lasciarci andare a conclusioni di conformità con lo snobismo anticonformista: che in ogni tempo varia secondo quanto preme sul cuore dei maestri culturali.

Qualunque sia la nostra città bisogna aspirare nebbie e profumi, carezzare marmi e fòrmica dei tavolini dei ristoranti all’aperto, ascoltare il pianto a dirotto dei violini dei viandanti quasi morenti di fame, e confrontarlo con l’umanità dell’empatia armonica che ci fa cogliere quanto sia facile la commozione, la vicinanza con i sentimenti di altri occasionalmente affiancatici dal destino. Loro ritti piegati sull’archetto e noi falsamente sicuri su precarie seggiole alle quali affidiamo la nostra impareggiabile solitudine di ogni mattina.

Le cause dei turbamenti dei musicisti di ventura sono differenti da quanto tuttavia agita anche noi e ugualmente ci muove alle stesse opposte e in noi coesistenti idee di pietà e rivoluzione.

Uguali disposizioni abbiamo a inevitabili rivoluzioni future. Differenti sono le valutazioni se sia tra poco o molto lontana la necessità di cominciare a prepararsi. Ma i suoni e le luci parlano chiaro: non resterà mai niente per sempre uguale. E giriamo delicatamente al fondo del vulcano di ceramica bianca i grani di zuccheri esplosivi che per adesso restano dolcezza del mattino.

Ogni cosa che non scegliamo, di fatto, vale più di ogni altra: e in certi angoli di giardino spogli d’alberi o densi di volumi in alveari di biblioteche di qualsiasi città, la vita rivela la sua nota di occasionalità, la propria ineliminabile frangia di aleatorietà per via dei movimenti delle persone i cui moventi sono l’amore per il calore delle cose buone e la necessità ardua delle cose particolarmente belle.

Passeggio da anni con dannata trascuratezza sulle foglie e sulle gocce che inondano l’asfalto delle fasi climatiche di questi luoghi mentre il pensiero pare fluire senza ostacoli. La miscela d’aria però innesca fluttuazioni chimiche cerebrali e muscolari ignote alle possibilità attuali delle pretese di monitoraggio obbiettivo. Sono dunque libero? Non saprei.

Continuo a cercare la soluzione negli occhi dei miei vicini e però, poi, loro mi risultano comunque inevitabilmente occasionali: per il fatto che il tempo attraversa ciascuno di noi in modi differenti. Allora affondo i sensi nel presente dei loro occhi e della loro pelle e affondo le narici nel profumo del bavero delle loro giacche e mi perdo nel timbro variabile delle note del loro linguaggio e così senza parere vivo come un segugio o un insetto leggero con antenne delicate e gesti forti che indugia su questi ospiti nella casa che immagino sia la mia vita.

Mai quasi nessuno nota questo fatto d’amore. Perché, intanto che mi sposto sicuro lungo l’albero della mia silenziosa indagine, non so come, esercito un’azione di ritirata in me ad ogni successivo sentire. Non che ritorni a un minor sentire, ma mi faccio ogni volta più leggero per quello che decifro e così mi libro vibrando le ali e così nuovamente discosto non so mai se qualcuno dei miei pensieri, qualche fluttuante frangia delle propaggini del volo che tendeva verso di loro e che poi si è alzato via da loro, sia arrivata fino alla soglie della loro percezione e abbia cambiato qualcosa nei loro pensieri.

La luce dei grattacieli di cui abbiamo accertato l’esistenza (indispensabile) riprende sempre il sopravvento e torno sui miei passi, dove poi risiedo per immaginare ancora possibile un nuovo sole. È allora che capisco quanto poco conti che tipo di città sia la mia città. Architetto percorsi differenti ogni volta. È in questa deriva che sono libero.

Almeno fino a che qualcuno mi fermerà e mi impedirà di perdermi tra sconosciuti. Anche in una piccola città sono milioni le espressioni che incontro e nessuno può dire cosa sarà domani.

 


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