Gettarsi a capofitto nell’amore

29 Luglio 2017 Lascia il tuo commento

Quando siamo finalmente ciò che avremmo potuto essere, quello che avremmo potuto essere non c’è più.

Quando ciò che avremmo potuto essere è ciò che siamo diciamo che porre la condizione era una negazione.

Ponemmo una condizione che non aveva senso vista da qua. Qua è uno spazio/tempo. È adesso. È più tempo che spazio.

È soprattutto tempo perché ciò che siamo non dipende da un luogo.

Noi siamo un formicolare scintillante di gocce di pioggia, una condizione atmosferica mentale e insieme, dentro quella scenografia metereologica che siamo, noi siamo anche quelli che cantano sotto la pioggia alla musica di una famosa canzone.

Il pensiero mentre danziamo è certezza di noi e lieve trascuratezza del dove.

Questo essere sfuggiti alle condizioni di non essere – che resta implicito nel porre condizioni ad una buona riuscita – amplifica, nello spazio/tempo, la frazione legata alla fisica delle durate, e riduce il sentimento delle estensioni.

Lo spazio/tempo in cui adesso siamo è presenza, il mondo è ovunque luminoso, ben visibile grazie alla pioggia di fotoni della consapevolezza della nostra attuale identità.

Una manna siamo noi cosparsi del miele d’essere sfuggiti al sospetto del nostro fallimento: siamo irrigazione celeste sulla sete degli esuli.

Certe soluzioni hanno il potere di fascinazione proprio di storie bibliche. Le storie bibliche, d’altra parte, riflettono bene i flutti di ogni singola anima.

Non è infatti vero che tutti noi siamo, e ciascuno a suo modo, esseri solitari e dispersi nelle desolazioni di ogni attraversamento?

Negli attraversamenti, tutti lo hanno sperimentato, c’è un mare di pensieri di ciascuno che evapora in sfoglie di nuvole piane, inavvertitamente.

Il cielo sopra i sentieri ci attrae per la sua capacità di contenere tutto il volume di umanità che si agita sulla sfera della terra.

Per questa capienza globale il cielo, cui guardo oggi con riconoscenza, non è consolazione.

Cerco, volgendomi in alto. Torno ragazzino. Il cielo è il mio regalo. Sono uno che anela alle vette bionde di grano e nere di olive come i capelli di re del giovane padre.

Posso comprendere il suo linguaggio?

Nel 1977 lessi la locuzione “Inconscio Mare Calmo”. L’ho portata fino a qua. Ora sono quello che allora speravo avrebbe potuto capire.

Adesso che ho smesso di volere capire oggettivamente il significato di quella frase sono finalmente quello che sono.

Ho smesso di aspettare il realizzarsi di una condizione e mi sono tuffato nel mare del tempo trovando in questo volume la densità dell’incerto amare.

Ora spazio e tempo si sono legati come inconscio/mare/calmo. Suggerendomi che il linguaggio potrebbe comporsi in forme di terapia per scomporre la tela dolorosa della pazzia e strappare il sudario dell’angoscia psicotica.

Tento di fare un primo passo, un movimento per uscire dalla disperazione implicita nel linguaggio corrente della letteratura della scienza e dell’arte. Che restano -disperati – nella fiducia che porre condizioni sia una garanzia di modestia.

So che l’esitazione giudiziosa di un dubbio è solo il nostro terrore di gettarsi a capofitto nell’amore.

 


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