geografia d’un corpo risanato

6 Luglio 2020 1 Commento

Vegliare. Notti intere. Non trovai di meglio per legarti a me. Non a me: a quello che ero allora. A quello che ero diventato. Era un momento straordinario perché non si trattava della solita transizione. Si trattava di un fatto. Una cosa che si era verificata. Ti volevo legare a me ma senza pesarti. Da vicino ma in piena libertà di movimenti. Così scoprii che dovevo intensificare l’aria attorno al mio corpo. Pienare lo spazio di una pretesa di persuasione. Il sonno evitato era l’ideale per suscitare trucchi di fascinazione perché mi causava un doloroso ottundimento della coscienza e un eloquio vacuo, privo di intenzioni e una trasparenza dello sguardo che prelude alle visioni. Gli occhi mi divennero trasparenti come cielo puro dell’alba. Perdevo via via ogni velleità ma era innegabile che non ero più come prima: e com’era stato senza volere? Eppure la privazione di sonno accentuava le caratteristiche di una nuova specie di mentalità che avevo sviluppato. Fu quando ti dissi che ti amo è non avere più un passato. Che le altre non le ricordavo. Che potevi andare a cercarle nelle pieghe della mia carne mentre ci univano intimamente. Ma che avresti solcato solamente un deserto biblico. Ero diventato le dune di una spiaggia mediterranea disertata da tutti. Fonte di ombre rase e riparo di serpi e vene d’acqua. Ero ai tuoi piedi, ti dissi, ma, precisai, che la mia era modestia senza umiltà. Comunque, ti dissi, ero là per te. Però come una terra che ti apparteneva. Una nazione. La geografia coerente di un corpo di cui ero tornato padrone non confuso. 


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07/07/2020
perché una barba incólta non vada sprecata nel suo significato

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