Gaza
allora andammo dentro quella perdurante guerra a portare il corpo tra il fuoco e gli sparì e la calce dei muri sbriciolati
a ripararci nei magazzini di grano abbandonati dove ci muovevamo agili perché la pressante idea della morte e della lesione fisica ricrea guarita la nostra figura che non ha più impacci al movimento
si perde la fragilità
si può correre nei torrenti e restare fradici nei boschi senza che ci si debba ammalare come prevedibilmente dovrebbe accadere
la prossimità di una morte (per mano di un nemico che si è conquistato il diritto di ucciderci avendo a sua volta pianto padri e fratelli uccisi per nostra mano) diventa plausibile e scatena soltanto la certezza di un dolore ancora più acuto perché privo di aggravanti morali
i dolori e le sofferenze patiti per tutta l’esistenza si dimenticano sotto le bombe
la guerra sul confine, del resto, era antica ed era cominciata prima che nascessimo sia tu che io: era sempre stata, nei racconti, come una vecchia signora che vagava tra fossi e colline dove l’erba cresceva dai corpi sprofondati nel fango
la campagna circostante il fronte, cosparsa di caduti, era un’invocazione alla pietà e insieme un canto di vittoria di tutti gli uomini e le donne che la morte aveva liberati dall’affanno in uno sparo, o per un crollo, o per colpa di una malattia resa fatale dall’assenza di medici e medicine, o a causa di una sete e di una carestia che si andavano affermando subdole
perché bisogna sapere che la mancanza, in guerra, si aggira come un topo che consuma le scorte di grano e infetta le fontane
tuttavia imparammo presto che la morte arrivava a concludere e dirimere, ai suoi fruitori, odii e rivendicazioni: e dunque doveva essere considerata come esclusivo problema di chi restava
l’inchiostro degli annunci delle morti era resina nera che appesantiva le ciglia delle donne rendendole improvvisamente oscure e oscenamente desiderabili
perché la morte tra le sue ferali conseguenze ha la blasfema capacità di truccare il dolore in spargimento di nuda sofferenza
fame, freddo, sete, lutti a non finire e corpi pressati dietro alle bare o chinati sui letti dei feriti
corpi all’estremo dopo il dolore gettati sul palco di un avanspettacolo indesiderato
la guerra, con le sue minacce ai corpi, lo fa di estrarre la carne bianca che era restata coperta in tempo di pace: la morte, in guerra, è anche nei vivi quando la vanità si ritira e tutta l’intimità di prima, si scopre e il pudore non vale
intanto però noi due eravamo adolescenti, e la possibilità di ferite del corpo (fino anche alla morte) non faceva che aumentare la nostra percezione di tutte le cose e tutto insieme il mondo circostante divenne, a causa della insistente precarietà causata dallo stato di guerra, più reale
ricordo madri sorelle e amanti, depredate degli amori legittimi, che si muovevano sorde come scrigni vuoti
eppure noi avevamo come l’impressione che agitassero (o addirittura facessero danzare) di fronte a noi (troppo giovani) le figure dei loro e nostri morti ancora vivi e animati e, non esagero, piene dei colori chiassosi dell’assenza e dello strazio, cosicché quei morti non ci inquietavano né ci addoloravano più e invece ci tolsero per sempre la credenza e il terrore dei fantasmi
le donne in tempo di guerra andavano per il mondo piangendo
erano in così gran numero da formare, insieme, convogli di corpi elettrici e navi di dolente acciaio
andò a finire che, tutt’altro che scoraggiante, quel loro esilio funebre, da evento luttoso, divenne una macchina filmica che proiettava sulla tela del cinema la pellicola di vedovanze accolte senza disperazioni
dei maschi adulti si impossessò un informe anonimo orgoglio nazionalista che neutralizzava il lutto
le comunità virili di piangenti si sfidavano con sguardi di insistente vuota accusa lungo la linea di rinnovamento di scontri già programmati
in quel clima noi scorrazzavamo incoscienti e guarivamo di ogni male
le possibili ferite da arma da fuoco per via dei cecchini al riparo del muro della nostra proprietà a mezzadria rinserravano il nostro futuro tutto al di qua del confine
col risultato che il domani si fermava lungo i segmenti di siepi in file parallele degradanti dalla nostra casa fino al limite della vista
di quell’adolescenza in tempo di guerra rimane la consapevolezza che c’è un capitale di salute nel concepire che il nostro corpo rischia di bruciare al sole delle armi ogni momento senza un vero riparo
a me a quel tempo dirti ti amo pareva un affare serio come tirare un colpo di fucile: neanche fossi un soldato precocemente e inaspettatamente armato
di certo da quell’officina marziale che avevo in testa -a causa del fatto che quel nostro amore si andava muovendo tra gli spari di guerra- veniva giù inattesa una fantasia di invulnerabilità
andavo incontro alla morte perche era troppo probabile e non si poteva pensare di evitarla per certo
ero a mia volta invaso da un esercito di idee di eterna audacia
liberato dalla paura di morire il pensiero si ritraeva da considerazioni di sorta e il mio corpo, senza pensiero, divenne un nido di cellule ardenti pronto ad accoglierti
negli abbracci lo sentirvi
<stai bruciando di febbre>
<non è nulla>
Categoria: Arte povera