firma digitale

11 Novembre 2012 Lascia il tuo commento

La prima risposta di fronte all’enormità di certe cose è il silenzio. La tristezza è un pilastro del pensiero. O dell’umanità. Non si pensi una tristezza malata. Solo quella dei cieli dei quadri. Magritte Chagall Carrà. La pittura è silenziosa. Il silenzio dei cieli dipinti è la tristezza. Un pilastro. Il pensiero si forma nel cielo perché non si sente il rumore della anatomia cerebrale che occupa lo spazio. I sogni sono il rumore. Il pennino degli encefalografi è il profumo delle immagini non coscienti. Il lavoro azzurro e nero dell’inchiostro è la grafica del silenzio. Gli artefatti radiografici sono la tristezza della rilevanza scientifica del cuore.

Il nocciolo delle domande è il pilastro grigio della riflessione notturna sul destino di una domanda di grazia, una petizione, una richiesta di amore, di una concessione mineraria, dell’ offerta d’affitto di un fondo di terra da lavorare. Il mondo è traversato di silenzio. L’etere del cielo nella pittura può essere squillante azzurro rinascimentale ma è falso, in quel modo. Il cielo vero, il cielo moderno, dopo gli eccessi espressivi, è complesso e indescrivibile, è metafisico, è terra rovesciata invisibile. Il pensiero vero -prima che si capovolga nel linguaggio del pensiero cosciente e dei modi consapevoli di agire- è cielo acceso di febbre. La carne del corpo delle figure è un riflesso dei pilastri.

I pilastri sono tristezza e distesa opaca dei cieli dipinti. Ma non è malattia: prendiamo la ragazzina triste incastonata invisibile nel silenzio aereo e portiamola via, trasciniamola per mano in una piazza di Belfast e di Bogotà e di Città del Messico. Parola per parola si ritroveranno i giorni. I giorni non saranno allora più visti come rumorosi numeri in successione. Dopo il loro ritrovamento, i giorni sono sfondi di cielo dipinto, carne di corpi umani riflessa in chiarore, pilastri, colonne portanti in numero di due e più. Oggetti consistenti: coesistenti.
Le colonne affondano in alto viste da qui per l’inversione logica che crede di avere la conoscenza del mondo attraverso giustificazioni retroattive. Ma si capisce che possiamo solo portare la fisiologia nella storia non viceversa. Scopriremo del mondo solo quanto preordinatamente saremo e da sempre siamo stati in grado di concepire. La libertà ha ambiti già stabiliti. Si estende fino alla periferia di noi: dal cuore, alle costellazioni notturne della vita mentale del sonno.

Poi disegnamo tele e affreschi per fare il cielo, per esclamare l’umanità. Per definire l’intensità dei nostri confini. La tristezza dei cieli colorati nel miglior modo possibile è una misura dell’onestà scientifica. La misura dell’onestà della verità della voglia di fughe e di musica. Nel cielo c’è la stessa consistenza del silenzio che avviluppa la nostra vita immaginifica, entro cui si sviluppa la riflessione di noi. Il cielo, silenzioso com’è, è uno squarcio nella continuità storica. È consistente e denso come un masso di terra. È luogo di campi energetici: la luce, fai conto.

La discontinuità del cielo è fantastica: il taglio nelle tele di Fontana, un Urlo, l’immagine della Scoperta. Una nascita, cielo e silenzio, tristezza e onestà, sfondo e taglio e margini affilati. La traccia scura dello zero, cioè tra le altre cose il pensiero che si distribuisce con l’inchiostro nel definire linee illusorie di rumore attribuite alla inesistenza di qualcosa che, altrimenti dal nostro tracciare il cerchio sulla pagina, potrebbe anche essere.

Contro lo zero ecco dunque il grande grigio-azzurro nella parte alta degli sfondi di affreschi e dipinti ad olio. I cieli sono vie di fuga, spiagge nostalgiche: hanno la tristezza delle promesse di una terra di vacanza. Il silenzio di te che sorridi. E non prometti il benessere definitivo di una storia esclusa dalla natura umana, non la quiete esultante platonica o neo-platonica. Sorridi ‘definitivamente’, tu. Differente da tutto. La pretesa del desiderio. La tristezza della conoscenza che non si può eludere. La concretezza dell’amore: che vaga senza fine ma entro limiti umani. Non naturali.

Mi sono inventato la mia firma digitale contro e in opposizione al cerchietto di inchiostro dello zero muto. Essa, la firma digitale  è una impronta, meglio sono alcuni cerchietti ovali di impronte digitali invisibili lasciate da te sul bicchiere e sul pacchetto blu Di sigarette. Noi conosciamo solo il nostro mondo umano, quella meravigliosa opera che deriva dal traboccare del silenzio della mente sul chiasso di mille forme naturali. Noi siamo il pilastro grigio e azzurro indicibile.

Io sono l’altoparlante che gracchia le parole che leggo nei tuoi movimenti. Fitzcarraldo che trasporta le navi oltre le montagne. Solo per sfuggire la natura tristemente geniale della creazione delle parole dal cielo della materia. Ma la tristezza dell’identità e dell’intelligenza, che portano inevitabile la solitudine conseguente al rifiuto, si fermano nella necessità della scienza degli affetti, perché ho bisogno di te, perché le colonne devono essere due, e più….


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