essere sé

13 Giugno 2015 Lascia il tuo commento

Aver idea della stanza ‘come fosse quella di un neonato’. La culla: i nostri volti guardano la parete a sud tra l’arco del muro e la porta la luce obliqua di giugno. Questo giugno stavolta è la vacanza dagli affanni dei pazienti in analisi. Trascorriamo il tempo a pregustare la libertà che viene. Luglio non avrà angosce di abbandono. Non dovremo interpretare o sentirci dire che stiamo lasciando sul pavimento i vestiti bagnati di sudore del risveglio angoscioso. Non dovremo misteriosamente scontrarci coi fantasmi straccioni dell’idea astratta di dover smettere di amare per il timore d’essere abbandonati. L’obbligo malato della coazione a prevenire l’evento temuto. Nello stesso modo non predichiamo più, non sentendone ormai alcuna illusoria tenerezza, la poesia di Nazim Hickmet. Ci siamo traditi per tanti anni promettendoci per domani il figlio più bello e le più belle parole.

La parete a sud tra l’arco e la porta che fa angolo alla finestra assorbe la luce dei pensieri di giugno. Avremo figli ancora. Racconteremo loro la bellezza dei fratelli. Forse diventeranno anche questi che nascono bellissimi. Sapranno capire le parole “il grande niente che arriva” con le quali abbiamo accolto ogni volta gli amori. Il massimo che credevamo impossibile l’abbiamo davvero compiuto e dunque semmai adesso siamo noi appena migliori. Saremo in grado di essere noi il grande niente presente. Sono io! suonerà alla parete in risposta alla domanda chi sei? Lasciamo in terra, accanto al mucchio dei vestiti bagnati di terrore dell’abbandono, l’io sono di un tempo. L’immagine d’essere per l’altro sostituisce l’affermazione forse impositiva di noi all’altro. Alla nascita rispondiamo ai figli come fossimo già attesi. Incuriositi del nome che essi ci daranno se avremo saputo mettere il pronome dopo il verbo. Premessa, l’essere, alla successiva conoscenza di te. Solo alla fine vedo come in sogno di contro alla parete due figure e una culla. E dopo ancora capisco la bellezza del lavoro che opponendosi alle menzogne poetiche ha finalmente come unica certezza la modesta coscienza di noi nei mesi di giugno e di luglio che sono la festa alla fine del lavoro. La gioia del lavoro che si completa. “Sono io” dico alla strada scendendo ogni sera dalla stanza preparata per la nascita. Come fossi atteso. Come contasse qualcosa tutto questo lavoro per un ipotetico amore più intelligente di me.


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l’acqua del mare sulle braccia
passione e rivoluzione

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