escape

5 Agosto 2011 Lascia il tuo commento

escape (*)

Fate spazio ripete la pellicola delle figure disperse i merletti delle donne e le divise impegnative e il capo scoperto del futuro cadavere. Sarebbero stati scaraventati in alto per esempio di giustizia del potere gli impiccati. Io vedevo la gloria del cinema tutta riassunta nella precipitazione verticale della musica degli omicidi secondo la legge imperterrita come lo sguardo di una madre folle di fronte al pianto. Il collo di cigno avvolto dalle corde. I cavalli predisposti dalla natura alla corsa che innalzano l’amore scalpitante fino al cielo. Voler morire nelle scene di salvezza e di rivoluzione. Voler resuscitare nel ricordo dei registi impavidi per cessare ancora di vivere secondo la letteratura dell’ingiustizia. Adesso che ero libero in realtà assolutamente solitario potevo privarmi del giudizio. Quelle voci da inseguire per una rauca timbrica che alludeva alla solitudine che è aspra. Inutile dire il contrario. Dolce solo per l’idea che “…non si può mai sapere..” Una schiera di cavalieri distratti dalle uccisioni che attraversa una folla dei cui pensieri non si può sapere nulla tutto quello che si sapeva della folla era il livello del rumore la potenza del suono collettivo che avrà pure avuto una sua democratica forma di intuizione. Si trattava sempre di impiccagioni e la democrazia era tardiva. Come la scienza era successiva agli avvenimenti. I signori possono aspettare: in questo risiede il fascino del potere assoluto. Il potere è potere che riguarda la effrazione della cittadella temporale. Il potere altera le successioni. Prima viene il perdono e poi il delitto che ha la propria impunità. I tamburi esprimono bene la potenza del potere. Gli applausi dissennati dicono tutta l’indifferenza alla violenza. Riguardare la scena. Riascoltare gli spari nella loro obiettiva forza impareggiabile. Potremmo bere sempre alla forza urlante e becera del cinema che ricalca la violenza. Non c’è niente di più ingenuo e innocente. Solo le labbra di una donna innamorata che avvolgono un pene senza sapere oramai più i tratti del volto. Il volto è la folla democraticamente eletta dai potenti. La folla democraticamente distribuita nelle piazze con l’ imperfezione della serie casuale che se non assicura il diritto garantisce la serietà delle corrispondenze tra storia e matematica. Amore trascendente e sesso ben fatto. C’è una simmetria recondita e scandalosa – come una giustizia imperdonabile – tra soggettività della decisione e accuratezza del cappio anestetico della impiccagione verticale.
E’ scattata in alto: una corda al galoppo. Ero insensibile e sono stato elevato in una aspirazione alla morte aerea per soffocamento. Pendevo tutto anima e cuore. L’anima non era nella testa. L’anima era diffusa. Era la pelle. Privo di pensiero per ischemia dirò una storia ragionevolmente priva di sensi: tanto si sa che sono cose differenti storia e ragione. Sono differenti testimonianze. Oggi che sono salvato questo parlare è segno di commossa riconoscenza. Musica forsennata e calmissimo sentire. La mancanza d’aria del cappio niente mi ha fatto dimenticare di noi. Non ha toccato il pensiero delle belle carezze, delle regioni delle forme dei volti sognanti: non il suono precipitato delle parole di passione.

Riposavamo notti intere senza prendere pace da noi. L’ingiustizia solo può caderci addosso e mettere pace tra l’uomo e la donna che si erano decisi a trovare uguaglianza e diritto nell’amore. Ora non siamo che musica.


fallingwaterhouse
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